Mon cher Maire Hollande, je suis bocù preoccupè pour le soleil est si
determinè ad apparaire costantment. Je ai du theories: la premier, les
gens ne Pas plus da la faime, rideron avec nous. Les secondes theories,
la protesion civil je ne sais pas la baguettes che ill se mangè. Je
comprend le votre ferret arretr le porto, je comprend la votre
costernance pour l'event ne pas accadù, je ne comprend pas purquà le
votre fans sont e colèr se les gentes sghignazzon oppur inguscion.
Purquà?
Storie
sabato 8 novembre 2014
sabato 1 novembre 2014
Ship
Da
dove comincio? Suppongo di dover cominciare dall’inizio perché è così
che si fa. L’inizio è un “banale” scippo. Quanti ne abbiamo visti?
Moltissimi vero? Non avevo mai fatto caso che non avevo mai assistito
alla cattura dello scippatore.
Cazzo! Ti hanno preso brutto figlio di buttana, schifo della terra, to matri è pulla, a muoriri ammazzatu, un crescendo di improperi di odio selvaggio che non ha pari.
Tranquillo pomeriggio di una biglietteria di autolinee, passeggeri in coda ad aspettare il proprio turno per fare il biglietto che li porterà a casa. Il ritorno dei giusti, dopo una giornata di lavoro, studio o chissà che, si ritorna.
Improvvisamente la sala si anima: “al ladro al ladro, aiuto mi hanno scippato! La borsa, aiuto!”. Uno scippo. A Palermo uno scippo è una normalità, vuoi che non ci sia uno scippo nel tuo quotidiano? C’è, guardi distratto, cerchi di capire chi, cosa, perché, poi torni alle tue faccende, non è morto nessuno.
Questo scippo invece è diverso per me, io c’ero, l’ho fatto io. Prima ho dato un’occhiata furtiva dentro la biglietteria, ho adocchiato una ragazza innocua e distratta, mi sono avvicinato piano con molta tranquillità, avevo fame, ieri non mi era andata per niente bene e ho saltato il pranzo, anche se, la sera ero riuscito a trovare un rimasuglio di pollo che mi aveva ceduto un amico. Oggi dovevo rimediare, oggi dovevo mangiare cazzo! Entro veloce, afferro la borsa, tiro, cede subito, devo correre come il vento, troppa gente, sembravano di meno, tutti urlano mi stanno inseguendo, ma quanti sono? Ma perché non si fanno i cazzi loro! Grandissima miseria buttana! Ho le gambe molli, ma devo correre più forte di loro, se arrivo al cancello è fatta. Tengo stretta la borsa, non mollo, aumento il passo, davanti a me qualcuno ha capito, mi vedono correre e comincio a scartare di lato ma sono su un corridoio stretto non credo ce la farò, comincio ad avere paura, mi prenderanno, mi prenderanno. Il cancello, stanno chiudendo il cancello, è finita. Parte il primo cazzotto, non è un granché ho visto di meglio, calci, altri pugni e sputi, repertorio classico. In branco sono terribili, tanti leoni, hanno gli occhi iniettati di sangue, una rabbia inestinguibile. Non mi difendo, sarebbe inutile oltre che deleterio, arriva sempre più gente, uno mi tiene inchiodato al cancello per la maglietta stringendo sul collo vorrei chiedergli di allentare la presa perché non respiro bene, ma sono un ladro, non posso. A turno vengono i più arrabbiati: figghibbuttana, puh e sputa, tomatri è pulla calcio, figghiu i sucaminchia altro pugno, ti canusciu a tia unnè a prima vuota schiaffetto. Chiamate la polizia, avete chiamato la polizia? C’è chi mi fa la foto, chiudo la bocca per non fare vedere che sono sdentato e sento il sangue che mi cola dal labbro, finalmente la polizia. Finalmente al sicuro, no, continuo a ricevere calci e sputi nella foga uno spruzzo arriva anche al poliziotto che si incazza, mi ammanetta e mi porta lontano da loro. Il mio nome è Ahmed, rubo, scippo, cerco di sopravvivere in qualche modo, peccato che non sono nato a ballarò altrimenti oggi sarebbe andata in maniera diversa.
Cazzo! Ti hanno preso brutto figlio di buttana, schifo della terra, to matri è pulla, a muoriri ammazzatu, un crescendo di improperi di odio selvaggio che non ha pari.
Tranquillo pomeriggio di una biglietteria di autolinee, passeggeri in coda ad aspettare il proprio turno per fare il biglietto che li porterà a casa. Il ritorno dei giusti, dopo una giornata di lavoro, studio o chissà che, si ritorna.
Improvvisamente la sala si anima: “al ladro al ladro, aiuto mi hanno scippato! La borsa, aiuto!”. Uno scippo. A Palermo uno scippo è una normalità, vuoi che non ci sia uno scippo nel tuo quotidiano? C’è, guardi distratto, cerchi di capire chi, cosa, perché, poi torni alle tue faccende, non è morto nessuno.
Questo scippo invece è diverso per me, io c’ero, l’ho fatto io. Prima ho dato un’occhiata furtiva dentro la biglietteria, ho adocchiato una ragazza innocua e distratta, mi sono avvicinato piano con molta tranquillità, avevo fame, ieri non mi era andata per niente bene e ho saltato il pranzo, anche se, la sera ero riuscito a trovare un rimasuglio di pollo che mi aveva ceduto un amico. Oggi dovevo rimediare, oggi dovevo mangiare cazzo! Entro veloce, afferro la borsa, tiro, cede subito, devo correre come il vento, troppa gente, sembravano di meno, tutti urlano mi stanno inseguendo, ma quanti sono? Ma perché non si fanno i cazzi loro! Grandissima miseria buttana! Ho le gambe molli, ma devo correre più forte di loro, se arrivo al cancello è fatta. Tengo stretta la borsa, non mollo, aumento il passo, davanti a me qualcuno ha capito, mi vedono correre e comincio a scartare di lato ma sono su un corridoio stretto non credo ce la farò, comincio ad avere paura, mi prenderanno, mi prenderanno. Il cancello, stanno chiudendo il cancello, è finita. Parte il primo cazzotto, non è un granché ho visto di meglio, calci, altri pugni e sputi, repertorio classico. In branco sono terribili, tanti leoni, hanno gli occhi iniettati di sangue, una rabbia inestinguibile. Non mi difendo, sarebbe inutile oltre che deleterio, arriva sempre più gente, uno mi tiene inchiodato al cancello per la maglietta stringendo sul collo vorrei chiedergli di allentare la presa perché non respiro bene, ma sono un ladro, non posso. A turno vengono i più arrabbiati: figghibbuttana, puh e sputa, tomatri è pulla calcio, figghiu i sucaminchia altro pugno, ti canusciu a tia unnè a prima vuota schiaffetto. Chiamate la polizia, avete chiamato la polizia? C’è chi mi fa la foto, chiudo la bocca per non fare vedere che sono sdentato e sento il sangue che mi cola dal labbro, finalmente la polizia. Finalmente al sicuro, no, continuo a ricevere calci e sputi nella foga uno spruzzo arriva anche al poliziotto che si incazza, mi ammanetta e mi porta lontano da loro. Il mio nome è Ahmed, rubo, scippo, cerco di sopravvivere in qualche modo, peccato che non sono nato a ballarò altrimenti oggi sarebbe andata in maniera diversa.
mercoledì 29 ottobre 2014
La giustizia trionfa
Mi
riparo all’ombra del mio fungo cercando di sfuggire a questo caldo
opprimente dando le spalle all’ingresso del parcheggio. Arriva il
pullman da Roma che entra lento, carico di coraggiosi che affrontano 12
ore di viaggio chiusi in una scatoletta. Il solito furbo con una fiat
Palio demodè si infila dietro il pullman, e questo mi fa incazzare,
l’adrenalina scorre e mi da la forza di alzarmi e andare
a passo deciso verso il furbacchione per farlo uscire. Un armadio a due
ante tenta di tagliarmi la strada dicendomi a bassa voce – sta uscendo,
sta uscendo - , lo dribblo, ignoro la sua taglia e in un attimo sono
dal guidatore distratto. Mentre gli vado incontro alzo la voce per
farmi sentire: “senta, signore, deve uscireeeee” lo so non è elegante ma
mi piace, lo scontro verbale è dietro l’angolo, lui le sue ragioni io
le mie. Esce dalla macchina un ragazzo barbuto che mi dice “siamo
carabinieri” e capisco che l’armadio a due ante questo mi voleva dire
col suo “sta uscendo, sta uscendo”. Con la faccia strurusa di chi fa
buon viso a cattivo gioco, mi metto da parte e li osservo. I passeggeri
cominciano a scendere poche persone di colore, ormai sono tutte in
partenza nessun uomo di colore vuole rimanere in Scilia, scappano anche
loro. Naturalmente puntano le due donne di colore, non avevo dubbi,
prevenuto io prevenuti loro. Una delle due ha sulle spalle, avvolto da
un telo che fa da fagotto, un bambino. Prendono i bagagli e le invitano
ad avvicinarsi alla macchina. Le fanno salire in macchina mentre loro
aprono i bagagli, là, in mezzo al piazzale, senza nessun rispetto. Non
faccio in tempo ad indignarmi che i due emettono gridolini di piacere e
si danno dieci, lo fanno con tutt’e due le mani come fanno le
pallavoliste esultanti dopo aver fatto punto. Mi scoccia moltissimo che
abbiano trovato quello che cercavano, mi si attorciglia lo stomaco,
perché penso che ora verranno arrestate. Le ho viste in faccia quando le
hanno accompagnate vicino alla macchina, erano trasfigurate, sapevano a
cosa andavano incontro, sapevano di essere state colte in flagrante.
Rivedo la felicità dei carabinieri, il loro battere le mani come se
avessero preso Messina Denaro senza rendersi conto che avevano appena
preso la povertà, la disperazione e probabilmente un diversivo per far
passare qualcosa di più grosso. Le donne sono ancora in macchina sotto
il sole cocente mentre aspettano che venga un’altra macchina a
portarsele. Penso al bambino, alla paura sua e delle donne, alla
inevitabile separazione. Cinque minuti, dieci, quindici, sto per andare
dal carabiniere per dirgli di spostare la macchina all’ombra visto che
ci sono trenta gradi e che c’è un bambino piccolo dentro, invece arriva
l’altra macchina, la faccio entrare anche se non vorrei. Vorrei simulare
un guasto dire che non funziona e che devono lasciar perdere per questa
volta, di farlo per il bambino che lo ricorderà per tutta la vita,
invece no. Apro. Scendono ancora più terrorizzate di prima, il bambino
per mano aveva una faccia che non dimenticherò facilmente. Salgono.
Vanno via. La giustizia ha trionfato.
Sogni
Tutto cominciò col trasferimento del sindaco in un mediocre palazzo
di via Alloro. Io, il direttore del Carrefour di piazza Marina e quello
della Conad che non dorme la notte per risolvere i problemi delle
massaie, decidemmo che era il momento di fuggire, e fuggimmo. Uno dei
due non era molto convinto sulla strada che stavamo prendendo, erano dei
grossi tubi di metallo che portavano non si sa dove, in effetti non
erano rassicuranti, era notte e c'era la luna che vedevo anche se
eravamo dentro questi tubi. Il direttore aveva ragione, ci stava
seguendo qualcuno e questo qualcuno non era solo, aveva con se delle
bestie. Quando ci raggiunse era sorridente, i suoi rotweiler un po meno.
Ci disse che i suoi cani ci avrebbero mangiato, non uccisi, dilaniati,
sgozzati, no, mangiati, saremmo morti mangiati dai cani. Non durò molto e
quando fu il mio turno sentivo il rumore come di biscotti secchi, non
fu doloroso ma morìì. Diventai immediatamente fantasma come i miei due
direttori, lui continuava a guardarci sorridente, non c'era cattiveria o
godimento per la nostra morte. Ci disse che avrebbe fatto rivivere uno
dei tre, e così fu, vomitò il direttore della conad che uscì fuori dalla
sua bocca uguale a lui, come la pecora dolly. Non era un granchè, non
pensava più alle massaie. Io ero triste perchè ero morto e non avevo
potuto avvertire lei, lei che mi aspettava e non sapeva. Prendevo il
cellulare e cercavo di comporre un messaggio da mandarle ma non riuscivo
a muovermi, il direttore del carrefour, che era nelle stesse mie
condizioni ma senza nessuno da avvertire, mi diceva che non potevo farlo
perchè ero morto. Ero tristissimo.
Questo ho sognato stanotte.
sabato 25 ottobre 2014
Scienziati
Mi
scusi, lei che sembra uno scienziato, mi potrebbe dare qualche
informazione? È un'arzilla vecchietta, che a passo spedito, si avvicina
per avere delle informazioni sui pullman per Trapani. Deve andarci per i
misteri, e vuole essere sicura degli orari e se può viaggiare anche nei
giorni festivi. È tutta scoppiettante e con grande abilità mi porta a
chiederle l'età. Non le nego questa civette ria
e le rispondo sinceramente che potrebbe avere 65 anni, forse 68. Ma lei
vuole offendermi! Sbianco confuso. Eppure ha l'aria da scienziato! Ne
ho novantasei! Dopo i miei complimenti, che si prende di gusto, continua
dicendomi: e lo sa come sono arrivata a questa età? L'alimentazione?
Tiro a indovinare. No! Ha praticato qualche sport? Nooooo! Allora me lo
dica lei, le dico arrendendomi subito. Perché ho scelto il partito del
reggiseno! Pausa ad effetto, la guardo stupito. Il partito del
reggiseno, quello che separa la destra dalla sinistra!!!! Avrei voluto
farle una ola.
domenica 19 ottobre 2014
Alfabeto muto
Un
giorno, per la delizia di molti, vi scriverò dei saluti in un terminal
bus. Sono interessanti credetemi. Cosa non si inventano pur di salutare
di più, perché i saluti non bastano mai, anche se chi parte torna dopo
un paio di giorni. Lei è minutissima, dentro uno sgargiante vestito
lungo molto anni '60. Evidentemente avevano fatto male i conti e lui era
salito sul pullman che lo portava a Siracusa
ben dieci minuti prima della partenza. Si era posizionato al penultimo
posto lato finestrino per potere continuare a vederla e soprattutto
parlarle. Come? Con l'alfabeto muto, quello che abbiamo imparato tutti
da piccoli. Freneticamente si scambiavano piccole frasi d'amore, e poi
mimavano le lacrime e il dolce dormire mettendo le due mani sotto la
guancia. Era lei che lo invitava a riposare durante le tre ore che lo
separavano dalla destinazione. Dieci minuti volano via se ti separano
dall'amato, e non bastano, non bastano mai. Il pullman parte, lei
indietreggia senza paura per non perdersi gli ultimi sguardi, il pullman
incalza e la stringe al muretto, non si sposta e vince. Non me la sento
di dirle di andare via, lei si siede e guarda il pullman che va via. Mi
avvicino da dietro el le dico: non è il caso di morire per così poco,
tornerà sicuramente. Lei si gira mi guarda con i lacrimoni e mi dice: lo
so, ma è cosi brutto vederlo andare via. Le sorrido, mi sorride e va
via.
sabato 18 ottobre 2014
Appuntamenti
È da un po’ di tempo che non mi capitava di assistere ad episodi che valessero la pena di essere raccontati. Mi sono chiesto perché. La risposta credo sia in una mia distrazione dal mondo lavorativo che mi circonda, che poi è quello da dove prendo spunti per raccontare le cose con i miei occhi. Dico questo perché, ripensandoci avrei da raccontarvi della coppia con un bellissimo pastore tedesco di nome Dick, nome che mi riporta indietro di un bel po’ di anni, quando tutti i cani si chiamavano Dick. Devo dire che non ho mai saputo il perché. Potrei azzardare l’ipotesi olandese dei “van Dick” ma non credo che i ragazzi di borgata ne conoscessero l’esistenza. Comunque, me ne fotte poco dell’origine, sta di fatto che Dick è un gran bel cane e i suoi “genitori” non si sognano minimamente di rinunciare al loro cane per diminuire le loro spese. È una brutta storia la loro, e mi colpisce vederli ogni giorno camminare con la schiena dritta, sempre in ordine, col sorriso che ti consola. Ascoltare i suoi racconti, che con gli occhi che brillano, parla del regalo di compleanno che suo marito sta per farle. Oppure raccontarvi della donna di colore, che da almeno quindici giorni vive seduta sulle panchine del terminal e non si capisce cosa abbia, non parla, e invitata a mettersi nella sala d’attesa della biglietteria rifiuta d’andarci. Sembra sempre sul punto di cadere dalla sedia perché si addormenta. Non è questo che voglio raccontarvi, voglio raccontarvi di una ragazzina, diciotto forse diciannove anni. Una ragazzina che sfidando il vento di qualche giorno fa è venuta al terminal, ha tirato fuori dal suo zainetto un telo quadrato, dove aveva scritto: “Sei la cosa più bella che mi sia capitata nella mia vita. Ti amo”, e lo ha steso sulla ringhiera del marciapiedi. Lo teneva con tutte e due le mani nel disperato tentativo di stenderlo e rendere la frase leggibile, ma il vento era inclemente e non le dava tregua. Normalmente una frase del genere mi è banale, quasi fastidiosa per l’assenza di pensiero. Come se questi ragazzini non si sforzassero minimamente per trovare una frase originale, magari brutta ma non scopiazzata. Però, in quel preciso momento, quell’immagine straordinaria che mi fece venire in mente la foto di Capa del soldato americano che pianta la bandiera, Achab che arpiona la balena bianca, Peter Pan che lotta contro Capitan Uncino, Don Chisciotte con i suoi mulini a vento, in quell’istante tutto l’amore del mondo era là, in quella lotta impari col vento. Non le importava lei teneva il telo. Ed io guardavo ammirato, e mi ricordai che avevo con me del nastro adesivo, che cazzo ci facevo io col nastro adesivo? Era un caso, il caso aveva tramato affinché io la vedessi e fossi in possesso dell’aiuto che le serviva. Felice mi avvicinai e le dissi che non riuscivo più nel vederla soffrire, glielo dissi sorridendole, cercando a modo mio di non farla sentire a disagio, perché io un po’ mi sarei “vergognato” di mettere un telo come quello. Pudore stupido il mio lo so ma così è. Lei non mutò la sua faccia sofferente e mi disse “Grazie non ne potevo più di tenerlo ancora”. Mentre bloccavo il telo col nastro le chiesi:
da dove arriva
questo amore?
da Palermo mi
rispose.
come da Palermo,
siamo a Palermo!
sì, viene con dei
suoi amici abbiamo appuntamento qua perché io sono di Catania.
Ah ho capito
Finisco di attaccare
il telo la saluto e vado via, inutile dire che mi metto in posizione “mommo”
per vedere questo fidanzato fortunato, questi incontri m’inteneriscono
moltissimo e se posso non me li perdo. Non passa molto tempo che arrivano sei
ragazzi, li individuo subito e li seguo con gli occhi mentre cercano la loro
amica. La trovano, cominciano ad urlare, lei salta incontenibile e indica il
telo che tutti si apprestano a leggere, altre grida, poi l’abbraccio. Lungo,
interminabile, si baciavano e si abbracciavano separati dalla ringhiera come se
il contatto fisico fosse troppo in quel momento di godimento assoluto
dell’altro. Lui piccolino come lei, impacchettato con un giubbotto col
cappuccio l’abbraccia come se fosse l’unica cosa per cui è nato. Poi si
staccano senza staccarsi, lui si toglie il cappuccio e mi accorgo che lui è una
lei.
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