sabato 8 novembre 2014

La tempesta perfetta

Mon cher Maire Hollande, je suis bocù preoccupè pour le soleil est si determinè ad apparaire costantment. Je ai du theories: la premier, les gens ne Pas plus da la faime, rideron avec nous. Les secondes theories, la protesion civil je ne sais pas la baguettes che ill se mangè. Je comprend le votre ferret arretr le porto, je comprend la votre costernance pour l'event ne pas accadù, je ne comprend pas purquà le votre fans sont e colèr se les gentes sghignazzon oppur inguscion. Purquà?

sabato 1 novembre 2014

Ship

Da dove comincio? Suppongo di dover cominciare dall’inizio perché è così che si fa. L’inizio è un “banale” scippo. Quanti ne abbiamo visti? Moltissimi vero? Non avevo mai fatto caso che non avevo mai assistito alla cattura dello scippatore.
Cazzo! Ti hanno preso brutto figlio di buttana, schifo della terra, to matri è pulla, a muoriri ammazzatu, un crescendo di improperi di odio selvaggio che non ha pari.
Tranquillo pomeriggio di una biglietteria di autolinee, passeggeri in coda ad aspettare il proprio turno per fare il biglietto che li porterà a casa. Il ritorno dei giusti, dopo una giornata di lavoro, studio o chissà che, si ritorna.
Improvvisamente la sala si anima: “al ladro al ladro, aiuto mi hanno scippato! La borsa, aiuto!”. Uno scippo. A Palermo uno scippo è una normalità, vuoi che non ci sia uno scippo nel tuo quotidiano? C’è, guardi distratto, cerchi di capire chi, cosa, perché, poi torni alle tue faccende, non è morto nessuno.
Questo scippo invece è diverso per me, io c’ero, l’ho fatto io. Prima ho dato un’occhiata furtiva dentro la biglietteria, ho adocchiato una ragazza innocua e distratta, mi sono avvicinato piano con molta tranquillità, avevo fame, ieri non mi era andata per niente bene e ho saltato il pranzo, anche se, la sera ero riuscito a trovare un rimasuglio di pollo che mi aveva ceduto un amico. Oggi dovevo rimediare, oggi dovevo mangiare cazzo! Entro veloce, afferro la borsa, tiro, cede subito, devo correre come il vento, troppa gente, sembravano di meno, tutti urlano mi stanno inseguendo, ma quanti sono? Ma perché non si fanno i cazzi loro! Grandissima miseria buttana! Ho le gambe molli, ma devo correre più forte di loro, se arrivo al cancello è fatta. Tengo stretta la borsa, non mollo, aumento il passo, davanti a me qualcuno ha capito, mi vedono correre e comincio a scartare di lato ma sono su un corridoio stretto non credo ce la farò, comincio ad avere paura, mi prenderanno, mi prenderanno. Il cancello, stanno chiudendo il cancello, è finita. Parte il primo cazzotto, non è un granché ho visto di meglio, calci, altri pugni e sputi, repertorio classico. In branco sono terribili, tanti leoni, hanno gli occhi iniettati di sangue, una rabbia inestinguibile. Non mi difendo, sarebbe inutile oltre che deleterio, arriva sempre più gente, uno mi tiene inchiodato al cancello per la maglietta stringendo sul collo vorrei chiedergli di allentare la presa perché non respiro bene, ma sono un ladro, non posso. A turno vengono i più arrabbiati: figghibbuttana, puh e sputa, tomatri è pulla calcio, figghiu i sucaminchia altro pugno, ti canusciu a tia unnè a prima vuota schiaffetto. Chiamate la polizia, avete chiamato la polizia? C’è chi mi fa la foto, chiudo la bocca per non fare vedere che sono sdentato e sento il sangue che mi cola dal labbro, finalmente la polizia. Finalmente al sicuro, no, continuo a ricevere calci e sputi nella foga uno spruzzo arriva anche al poliziotto che si incazza, mi ammanetta e mi porta lontano da loro. Il mio nome è Ahmed, rubo, scippo, cerco di sopravvivere in qualche modo, peccato che non sono nato a ballarò altrimenti oggi sarebbe andata in maniera diversa.

mercoledì 29 ottobre 2014

La giustizia trionfa

Mi riparo all’ombra del mio fungo cercando di sfuggire a questo caldo opprimente dando le spalle all’ingresso del parcheggio. Arriva il pullman da Roma che entra lento, carico di coraggiosi che affrontano 12 ore di viaggio chiusi in una scatoletta. Il solito furbo con una fiat Palio demodè si infila dietro il pullman, e questo mi fa incazzare, l’adrenalina scorre e mi da la forza di alzarmi e andare a passo deciso verso il furbacchione per farlo uscire. Un armadio a due ante tenta di tagliarmi la strada dicendomi a bassa voce – sta uscendo, sta uscendo - , lo dribblo, ignoro la sua taglia e in un attimo sono dal guidatore distratto. Mentre gli vado incontro alzo la voce per farmi sentire: “senta, signore, deve uscireeeee” lo so non è elegante ma mi piace, lo scontro verbale è dietro l’angolo, lui le sue ragioni io le mie. Esce dalla macchina un ragazzo barbuto che mi dice “siamo carabinieri” e capisco che l’armadio a due ante questo mi voleva dire col suo “sta uscendo, sta uscendo”. Con la faccia strurusa di chi fa buon viso a cattivo gioco, mi metto da parte e li osservo. I passeggeri cominciano a scendere poche persone di colore, ormai sono tutte in partenza nessun uomo di colore vuole rimanere in Scilia, scappano anche loro. Naturalmente puntano le due donne di colore, non avevo dubbi, prevenuto io prevenuti loro. Una delle due ha sulle spalle, avvolto da un telo che fa da fagotto, un bambino. Prendono i bagagli e le invitano ad avvicinarsi alla macchina. Le fanno salire in macchina mentre loro aprono i bagagli, là, in mezzo al piazzale, senza nessun rispetto. Non faccio in tempo ad indignarmi che i due emettono gridolini di piacere e si danno dieci, lo fanno con tutt’e due le mani come fanno le pallavoliste esultanti dopo aver fatto punto. Mi scoccia moltissimo che abbiano trovato quello che cercavano, mi si attorciglia lo stomaco, perché penso che ora verranno arrestate. Le ho viste in faccia quando le hanno accompagnate vicino alla macchina, erano trasfigurate, sapevano a cosa andavano incontro, sapevano di essere state colte in flagrante. Rivedo la felicità dei carabinieri, il loro battere le mani come se avessero preso Messina Denaro senza rendersi conto che avevano appena preso la povertà, la disperazione e probabilmente un diversivo per far passare qualcosa di più grosso. Le donne sono ancora in macchina sotto il sole cocente mentre aspettano che venga un’altra macchina a portarsele. Penso al bambino, alla paura sua e delle donne, alla inevitabile separazione. Cinque minuti, dieci, quindici, sto per andare dal carabiniere per dirgli di spostare la macchina all’ombra visto che ci sono trenta gradi e che c’è un bambino piccolo dentro, invece arriva l’altra macchina, la faccio entrare anche se non vorrei. Vorrei simulare un guasto dire che non funziona e che devono lasciar perdere per questa volta, di farlo per il bambino che lo ricorderà per tutta la vita, invece no. Apro. Scendono ancora più terrorizzate di prima, il bambino per mano aveva una faccia che non dimenticherò facilmente. Salgono. Vanno via. La giustizia ha trionfato.

Sogni

Tutto cominciò col trasferimento del sindaco in un mediocre palazzo di via Alloro. Io, il direttore del Carrefour di piazza Marina e quello della Conad che non dorme la notte per risolvere i problemi delle massaie, decidemmo che era il momento di fuggire, e fuggimmo. Uno dei due non era molto convinto sulla strada che stavamo prendendo, erano dei grossi tubi di metallo che portavano non si sa dove, in effetti non erano rassicuranti, era notte e c'era la luna che vedevo anche se eravamo dentro questi tubi. Il direttore aveva ragione, ci stava seguendo qualcuno e questo qualcuno non era solo, aveva con se delle bestie. Quando ci raggiunse era sorridente, i suoi rotweiler un po meno. Ci disse che i suoi cani ci avrebbero mangiato, non uccisi, dilaniati, sgozzati, no, mangiati, saremmo morti mangiati dai cani. Non durò molto e quando fu il mio turno sentivo il rumore come di biscotti secchi, non fu doloroso ma morìì. Diventai immediatamente fantasma come i miei due direttori, lui continuava a guardarci sorridente, non c'era cattiveria o godimento per la nostra morte. Ci disse che avrebbe fatto rivivere uno dei tre, e così fu, vomitò il direttore della conad che uscì fuori dalla sua bocca uguale a lui, come la pecora dolly. Non era un granchè, non pensava più alle massaie. Io ero triste perchè ero morto e non avevo potuto avvertire lei, lei che mi aspettava e non sapeva. Prendevo il cellulare e cercavo di comporre un messaggio da mandarle ma non riuscivo a muovermi, il direttore del carrefour, che era nelle stesse mie condizioni ma senza nessuno da avvertire, mi diceva che non potevo farlo perchè ero morto. Ero tristissimo.
Questo ho sognato stanotte.

sabato 25 ottobre 2014

Scienziati

Mi scusi, lei che sembra uno scienziato, mi potrebbe dare qualche informazione? È un'arzilla vecchietta, che a passo spedito, si avvicina per avere delle informazioni sui pullman per Trapani. Deve andarci per i misteri, e vuole essere sicura degli orari e se può viaggiare anche nei giorni festivi. È tutta scoppiettante e con grande abilità mi porta a chiederle l'età. Non le nego questa civette ria e le rispondo sinceramente che potrebbe avere 65 anni, forse 68. Ma lei vuole offendermi! Sbianco confuso. Eppure ha l'aria da scienziato! Ne ho novantasei! Dopo i miei complimenti, che si prende di gusto, continua dicendomi: e lo sa come sono arrivata a questa età? L'alimentazione? Tiro a indovinare. No! Ha praticato qualche sport? Nooooo! Allora me lo dica lei, le dico arrendendomi subito. Perché ho scelto il partito del reggiseno! Pausa ad effetto, la guardo stupito. Il partito del reggiseno, quello che separa la destra dalla sinistra!!!! Avrei voluto farle una ola.

domenica 19 ottobre 2014

Alfabeto muto

Un giorno, per la delizia di molti, vi scriverò dei saluti in un terminal bus. Sono interessanti credetemi. Cosa non si inventano pur di salutare di più, perché i saluti non bastano mai, anche se chi parte torna dopo un paio di giorni. Lei è minutissima, dentro uno sgargiante vestito lungo molto anni '60. Evidentemente avevano fatto male i conti e lui era salito sul pullman che lo portava a Siracusa ben dieci minuti prima della partenza. Si era posizionato al penultimo posto lato finestrino per potere continuare a vederla e soprattutto parlarle. Come? Con l'alfabeto muto, quello che abbiamo imparato tutti da piccoli. Freneticamente si scambiavano piccole frasi d'amore, e poi mimavano le lacrime e il dolce dormire mettendo le due mani sotto la guancia. Era lei che lo invitava a riposare durante le tre ore che lo separavano dalla destinazione. Dieci minuti volano via se ti separano dall'amato, e non bastano, non bastano mai. Il pullman parte, lei indietreggia senza paura per non perdersi gli ultimi sguardi, il pullman incalza e la stringe al muretto, non si sposta e vince. Non me la sento di dirle di andare via, lei si siede e guarda il pullman che va via. Mi avvicino da dietro el le dico: non è il caso di morire per così poco, tornerà sicuramente. Lei si gira mi guarda con i lacrimoni e mi dice: lo so, ma è cosi brutto vederlo andare via. Le sorrido, mi sorride e va via.

sabato 18 ottobre 2014

Appuntamenti





È da un po’ di tempo che non mi capitava di assistere ad episodi che valessero la pena di essere raccontati. Mi sono chiesto perché. La risposta credo sia in una mia distrazione dal mondo lavorativo che mi circonda, che poi è quello da dove prendo spunti per raccontare le cose con i miei occhi. Dico questo perché, ripensandoci avrei da raccontarvi della coppia con un bellissimo pastore tedesco di nome Dick, nome che mi riporta indietro di un bel po’ di anni, quando tutti i cani si chiamavano Dick. Devo dire che non ho mai saputo il perché. Potrei azzardare l’ipotesi olandese dei “van Dick” ma non credo che i ragazzi di borgata ne conoscessero l’esistenza. Comunque, me ne fotte poco dell’origine, sta di fatto che Dick è un gran bel cane e i suoi “genitori” non si sognano minimamente di rinunciare al loro cane per diminuire le loro spese. È una brutta storia la loro, e mi colpisce vederli ogni giorno camminare con la schiena dritta, sempre in ordine, col sorriso che ti consola. Ascoltare i suoi racconti, che con gli occhi che brillano, parla del regalo di compleanno che suo marito sta per farle. Oppure raccontarvi della donna di colore, che da almeno quindici giorni  vive seduta sulle panchine del terminal e non si capisce cosa abbia, non parla, e invitata a mettersi nella sala d’attesa della biglietteria rifiuta d’andarci. Sembra sempre sul punto di cadere dalla sedia perché si addormenta. Non è questo che voglio raccontarvi, voglio raccontarvi di una ragazzina, diciotto forse diciannove anni. Una ragazzina che sfidando il vento di qualche giorno fa è venuta al terminal, ha tirato fuori dal suo zainetto un telo quadrato, dove aveva scritto: “Sei la cosa più bella che mi sia capitata nella mia vita. Ti amo”, e lo ha steso sulla ringhiera del marciapiedi. Lo teneva con tutte e due le mani nel disperato tentativo di stenderlo e rendere la frase leggibile, ma il vento era inclemente e non le dava tregua. Normalmente una frase del genere mi è banale, quasi fastidiosa per l’assenza di pensiero. Come se questi ragazzini non si sforzassero minimamente per trovare una frase originale, magari brutta ma non scopiazzata. Però, in quel preciso momento, quell’immagine straordinaria che mi fece venire in mente la foto di Capa del soldato americano che pianta la bandiera, Achab che arpiona la balena bianca, Peter Pan che lotta contro Capitan Uncino, Don Chisciotte con i suoi mulini a vento, in quell’istante tutto l’amore del mondo era là, in quella lotta impari col vento. Non le importava lei teneva il telo. Ed io guardavo ammirato, e mi ricordai che avevo con me del nastro adesivo, che cazzo ci facevo io col nastro adesivo? Era un caso, il caso aveva tramato affinché io la vedessi e fossi in possesso dell’aiuto che le serviva. Felice mi avvicinai e le dissi che non riuscivo più nel vederla soffrire, glielo dissi sorridendole, cercando a modo mio di non farla sentire a disagio, perché io un po’ mi sarei “vergognato” di mettere un telo come quello. Pudore stupido il mio lo so ma così è. Lei non mutò la sua faccia sofferente e mi disse “Grazie non ne potevo più di tenerlo ancora”. Mentre bloccavo il telo col nastro le chiesi:
da dove arriva questo amore?
da Palermo mi rispose.
come da Palermo, siamo a Palermo!
sì, viene con dei suoi amici abbiamo appuntamento qua perché io sono di Catania.
Ah ho capito
Finisco di attaccare il telo la saluto e vado via, inutile dire che mi metto in posizione “mommo” per vedere questo fidanzato fortunato, questi incontri m’inteneriscono moltissimo e se posso non me li perdo. Non passa molto tempo che arrivano sei ragazzi, li individuo subito e li seguo con gli occhi mentre cercano la loro amica. La trovano, cominciano ad urlare, lei salta incontenibile e indica il telo che tutti si apprestano a leggere, altre grida, poi l’abbraccio. Lungo, interminabile, si baciavano e si abbracciavano separati dalla ringhiera come se il contatto fisico fosse troppo in quel momento di godimento assoluto dell’altro. Lui piccolino come lei, impacchettato con un giubbotto col cappuccio l’abbraccia come se fosse l’unica cosa per cui è nato. Poi si staccano senza staccarsi, lui si toglie il cappuccio e mi accorgo che lui è una lei.