Un
giorno, per la delizia di molti, vi scriverò dei saluti in un terminal
bus. Sono interessanti credetemi. Cosa non si inventano pur di salutare
di più, perché i saluti non bastano mai, anche se chi parte torna dopo
un paio di giorni. Lei è minutissima, dentro uno sgargiante vestito
lungo molto anni '60. Evidentemente avevano fatto male i conti e lui era
salito sul pullman che lo portava a Siracusa
ben dieci minuti prima della partenza. Si era posizionato al penultimo
posto lato finestrino per potere continuare a vederla e soprattutto
parlarle. Come? Con l'alfabeto muto, quello che abbiamo imparato tutti
da piccoli. Freneticamente si scambiavano piccole frasi d'amore, e poi
mimavano le lacrime e il dolce dormire mettendo le due mani sotto la
guancia. Era lei che lo invitava a riposare durante le tre ore che lo
separavano dalla destinazione. Dieci minuti volano via se ti separano
dall'amato, e non bastano, non bastano mai. Il pullman parte, lei
indietreggia senza paura per non perdersi gli ultimi sguardi, il pullman
incalza e la stringe al muretto, non si sposta e vince. Non me la sento
di dirle di andare via, lei si siede e guarda il pullman che va via. Mi
avvicino da dietro el le dico: non è il caso di morire per così poco,
tornerà sicuramente. Lei si gira mi guarda con i lacrimoni e mi dice: lo
so, ma è cosi brutto vederlo andare via. Le sorrido, mi sorride e va
via.

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