domenica 19 ottobre 2014

Alfabeto muto

Un giorno, per la delizia di molti, vi scriverò dei saluti in un terminal bus. Sono interessanti credetemi. Cosa non si inventano pur di salutare di più, perché i saluti non bastano mai, anche se chi parte torna dopo un paio di giorni. Lei è minutissima, dentro uno sgargiante vestito lungo molto anni '60. Evidentemente avevano fatto male i conti e lui era salito sul pullman che lo portava a Siracusa ben dieci minuti prima della partenza. Si era posizionato al penultimo posto lato finestrino per potere continuare a vederla e soprattutto parlarle. Come? Con l'alfabeto muto, quello che abbiamo imparato tutti da piccoli. Freneticamente si scambiavano piccole frasi d'amore, e poi mimavano le lacrime e il dolce dormire mettendo le due mani sotto la guancia. Era lei che lo invitava a riposare durante le tre ore che lo separavano dalla destinazione. Dieci minuti volano via se ti separano dall'amato, e non bastano, non bastano mai. Il pullman parte, lei indietreggia senza paura per non perdersi gli ultimi sguardi, il pullman incalza e la stringe al muretto, non si sposta e vince. Non me la sento di dirle di andare via, lei si siede e guarda il pullman che va via. Mi avvicino da dietro el le dico: non è il caso di morire per così poco, tornerà sicuramente. Lei si gira mi guarda con i lacrimoni e mi dice: lo so, ma è cosi brutto vederlo andare via. Le sorrido, mi sorride e va via.

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