sabato 18 ottobre 2014

Appuntamenti





È da un po’ di tempo che non mi capitava di assistere ad episodi che valessero la pena di essere raccontati. Mi sono chiesto perché. La risposta credo sia in una mia distrazione dal mondo lavorativo che mi circonda, che poi è quello da dove prendo spunti per raccontare le cose con i miei occhi. Dico questo perché, ripensandoci avrei da raccontarvi della coppia con un bellissimo pastore tedesco di nome Dick, nome che mi riporta indietro di un bel po’ di anni, quando tutti i cani si chiamavano Dick. Devo dire che non ho mai saputo il perché. Potrei azzardare l’ipotesi olandese dei “van Dick” ma non credo che i ragazzi di borgata ne conoscessero l’esistenza. Comunque, me ne fotte poco dell’origine, sta di fatto che Dick è un gran bel cane e i suoi “genitori” non si sognano minimamente di rinunciare al loro cane per diminuire le loro spese. È una brutta storia la loro, e mi colpisce vederli ogni giorno camminare con la schiena dritta, sempre in ordine, col sorriso che ti consola. Ascoltare i suoi racconti, che con gli occhi che brillano, parla del regalo di compleanno che suo marito sta per farle. Oppure raccontarvi della donna di colore, che da almeno quindici giorni  vive seduta sulle panchine del terminal e non si capisce cosa abbia, non parla, e invitata a mettersi nella sala d’attesa della biglietteria rifiuta d’andarci. Sembra sempre sul punto di cadere dalla sedia perché si addormenta. Non è questo che voglio raccontarvi, voglio raccontarvi di una ragazzina, diciotto forse diciannove anni. Una ragazzina che sfidando il vento di qualche giorno fa è venuta al terminal, ha tirato fuori dal suo zainetto un telo quadrato, dove aveva scritto: “Sei la cosa più bella che mi sia capitata nella mia vita. Ti amo”, e lo ha steso sulla ringhiera del marciapiedi. Lo teneva con tutte e due le mani nel disperato tentativo di stenderlo e rendere la frase leggibile, ma il vento era inclemente e non le dava tregua. Normalmente una frase del genere mi è banale, quasi fastidiosa per l’assenza di pensiero. Come se questi ragazzini non si sforzassero minimamente per trovare una frase originale, magari brutta ma non scopiazzata. Però, in quel preciso momento, quell’immagine straordinaria che mi fece venire in mente la foto di Capa del soldato americano che pianta la bandiera, Achab che arpiona la balena bianca, Peter Pan che lotta contro Capitan Uncino, Don Chisciotte con i suoi mulini a vento, in quell’istante tutto l’amore del mondo era là, in quella lotta impari col vento. Non le importava lei teneva il telo. Ed io guardavo ammirato, e mi ricordai che avevo con me del nastro adesivo, che cazzo ci facevo io col nastro adesivo? Era un caso, il caso aveva tramato affinché io la vedessi e fossi in possesso dell’aiuto che le serviva. Felice mi avvicinai e le dissi che non riuscivo più nel vederla soffrire, glielo dissi sorridendole, cercando a modo mio di non farla sentire a disagio, perché io un po’ mi sarei “vergognato” di mettere un telo come quello. Pudore stupido il mio lo so ma così è. Lei non mutò la sua faccia sofferente e mi disse “Grazie non ne potevo più di tenerlo ancora”. Mentre bloccavo il telo col nastro le chiesi:
da dove arriva questo amore?
da Palermo mi rispose.
come da Palermo, siamo a Palermo!
sì, viene con dei suoi amici abbiamo appuntamento qua perché io sono di Catania.
Ah ho capito
Finisco di attaccare il telo la saluto e vado via, inutile dire che mi metto in posizione “mommo” per vedere questo fidanzato fortunato, questi incontri m’inteneriscono moltissimo e se posso non me li perdo. Non passa molto tempo che arrivano sei ragazzi, li individuo subito e li seguo con gli occhi mentre cercano la loro amica. La trovano, cominciano ad urlare, lei salta incontenibile e indica il telo che tutti si apprestano a leggere, altre grida, poi l’abbraccio. Lungo, interminabile, si baciavano e si abbracciavano separati dalla ringhiera come se il contatto fisico fosse troppo in quel momento di godimento assoluto dell’altro. Lui piccolino come lei, impacchettato con un giubbotto col cappuccio l’abbraccia come se fosse l’unica cosa per cui è nato. Poi si staccano senza staccarsi, lui si toglie il cappuccio e mi accorgo che lui è una lei.

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