Mi
riparo all’ombra del mio fungo cercando di sfuggire a questo caldo
opprimente dando le spalle all’ingresso del parcheggio. Arriva il
pullman da Roma che entra lento, carico di coraggiosi che affrontano 12
ore di viaggio chiusi in una scatoletta. Il solito furbo con una fiat
Palio demodè si infila dietro il pullman, e questo mi fa incazzare,
l’adrenalina scorre e mi da la forza di alzarmi e andare
a passo deciso verso il furbacchione per farlo uscire. Un armadio a due
ante tenta di tagliarmi la strada dicendomi a bassa voce – sta uscendo,
sta uscendo - , lo dribblo, ignoro la sua taglia e in un attimo sono
dal guidatore distratto. Mentre gli vado incontro alzo la voce per
farmi sentire: “senta, signore, deve uscireeeee” lo so non è elegante ma
mi piace, lo scontro verbale è dietro l’angolo, lui le sue ragioni io
le mie. Esce dalla macchina un ragazzo barbuto che mi dice “siamo
carabinieri” e capisco che l’armadio a due ante questo mi voleva dire
col suo “sta uscendo, sta uscendo”. Con la faccia strurusa di chi fa
buon viso a cattivo gioco, mi metto da parte e li osservo. I passeggeri
cominciano a scendere poche persone di colore, ormai sono tutte in
partenza nessun uomo di colore vuole rimanere in Scilia, scappano anche
loro. Naturalmente puntano le due donne di colore, non avevo dubbi,
prevenuto io prevenuti loro. Una delle due ha sulle spalle, avvolto da
un telo che fa da fagotto, un bambino. Prendono i bagagli e le invitano
ad avvicinarsi alla macchina. Le fanno salire in macchina mentre loro
aprono i bagagli, là, in mezzo al piazzale, senza nessun rispetto. Non
faccio in tempo ad indignarmi che i due emettono gridolini di piacere e
si danno dieci, lo fanno con tutt’e due le mani come fanno le
pallavoliste esultanti dopo aver fatto punto. Mi scoccia moltissimo che
abbiano trovato quello che cercavano, mi si attorciglia lo stomaco,
perché penso che ora verranno arrestate. Le ho viste in faccia quando le
hanno accompagnate vicino alla macchina, erano trasfigurate, sapevano a
cosa andavano incontro, sapevano di essere state colte in flagrante.
Rivedo la felicità dei carabinieri, il loro battere le mani come se
avessero preso Messina Denaro senza rendersi conto che avevano appena
preso la povertà, la disperazione e probabilmente un diversivo per far
passare qualcosa di più grosso. Le donne sono ancora in macchina sotto
il sole cocente mentre aspettano che venga un’altra macchina a
portarsele. Penso al bambino, alla paura sua e delle donne, alla
inevitabile separazione. Cinque minuti, dieci, quindici, sto per andare
dal carabiniere per dirgli di spostare la macchina all’ombra visto che
ci sono trenta gradi e che c’è un bambino piccolo dentro, invece arriva
l’altra macchina, la faccio entrare anche se non vorrei. Vorrei simulare
un guasto dire che non funziona e che devono lasciar perdere per questa
volta, di farlo per il bambino che lo ricorderà per tutta la vita,
invece no. Apro. Scendono ancora più terrorizzate di prima, il bambino
per mano aveva una faccia che non dimenticherò facilmente. Salgono.
Vanno via. La giustizia ha trionfato.

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