mercoledì 29 ottobre 2014

La giustizia trionfa

Mi riparo all’ombra del mio fungo cercando di sfuggire a questo caldo opprimente dando le spalle all’ingresso del parcheggio. Arriva il pullman da Roma che entra lento, carico di coraggiosi che affrontano 12 ore di viaggio chiusi in una scatoletta. Il solito furbo con una fiat Palio demodè si infila dietro il pullman, e questo mi fa incazzare, l’adrenalina scorre e mi da la forza di alzarmi e andare a passo deciso verso il furbacchione per farlo uscire. Un armadio a due ante tenta di tagliarmi la strada dicendomi a bassa voce – sta uscendo, sta uscendo - , lo dribblo, ignoro la sua taglia e in un attimo sono dal guidatore distratto. Mentre gli vado incontro alzo la voce per farmi sentire: “senta, signore, deve uscireeeee” lo so non è elegante ma mi piace, lo scontro verbale è dietro l’angolo, lui le sue ragioni io le mie. Esce dalla macchina un ragazzo barbuto che mi dice “siamo carabinieri” e capisco che l’armadio a due ante questo mi voleva dire col suo “sta uscendo, sta uscendo”. Con la faccia strurusa di chi fa buon viso a cattivo gioco, mi metto da parte e li osservo. I passeggeri cominciano a scendere poche persone di colore, ormai sono tutte in partenza nessun uomo di colore vuole rimanere in Scilia, scappano anche loro. Naturalmente puntano le due donne di colore, non avevo dubbi, prevenuto io prevenuti loro. Una delle due ha sulle spalle, avvolto da un telo che fa da fagotto, un bambino. Prendono i bagagli e le invitano ad avvicinarsi alla macchina. Le fanno salire in macchina mentre loro aprono i bagagli, là, in mezzo al piazzale, senza nessun rispetto. Non faccio in tempo ad indignarmi che i due emettono gridolini di piacere e si danno dieci, lo fanno con tutt’e due le mani come fanno le pallavoliste esultanti dopo aver fatto punto. Mi scoccia moltissimo che abbiano trovato quello che cercavano, mi si attorciglia lo stomaco, perché penso che ora verranno arrestate. Le ho viste in faccia quando le hanno accompagnate vicino alla macchina, erano trasfigurate, sapevano a cosa andavano incontro, sapevano di essere state colte in flagrante. Rivedo la felicità dei carabinieri, il loro battere le mani come se avessero preso Messina Denaro senza rendersi conto che avevano appena preso la povertà, la disperazione e probabilmente un diversivo per far passare qualcosa di più grosso. Le donne sono ancora in macchina sotto il sole cocente mentre aspettano che venga un’altra macchina a portarsele. Penso al bambino, alla paura sua e delle donne, alla inevitabile separazione. Cinque minuti, dieci, quindici, sto per andare dal carabiniere per dirgli di spostare la macchina all’ombra visto che ci sono trenta gradi e che c’è un bambino piccolo dentro, invece arriva l’altra macchina, la faccio entrare anche se non vorrei. Vorrei simulare un guasto dire che non funziona e che devono lasciar perdere per questa volta, di farlo per il bambino che lo ricorderà per tutta la vita, invece no. Apro. Scendono ancora più terrorizzate di prima, il bambino per mano aveva una faccia che non dimenticherò facilmente. Salgono. Vanno via. La giustizia ha trionfato.

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