Mi
riparo all’ombra del mio fungo cercando di sfuggire a questo caldo
opprimente dando le spalle all’ingresso del parcheggio. Arriva il
pullman da Roma che entra lento, carico di coraggiosi che affrontano 12
ore di viaggio chiusi in una scatoletta. Il solito furbo con una fiat
Palio demodè si infila dietro il pullman, e questo mi fa incazzare,
l’adrenalina scorre e mi da la forza di alzarmi e andare
a passo deciso verso il furbacchione per farlo uscire. Un armadio a due
ante tenta di tagliarmi la strada dicendomi a bassa voce – sta uscendo,
sta uscendo - , lo dribblo, ignoro la sua taglia e in un attimo sono
dal guidatore distratto. Mentre gli vado incontro alzo la voce per
farmi sentire: “senta, signore, deve uscireeeee” lo so non è elegante ma
mi piace, lo scontro verbale è dietro l’angolo, lui le sue ragioni io
le mie. Esce dalla macchina un ragazzo barbuto che mi dice “siamo
carabinieri” e capisco che l’armadio a due ante questo mi voleva dire
col suo “sta uscendo, sta uscendo”. Con la faccia strurusa di chi fa
buon viso a cattivo gioco, mi metto da parte e li osservo. I passeggeri
cominciano a scendere poche persone di colore, ormai sono tutte in
partenza nessun uomo di colore vuole rimanere in Scilia, scappano anche
loro. Naturalmente puntano le due donne di colore, non avevo dubbi,
prevenuto io prevenuti loro. Una delle due ha sulle spalle, avvolto da
un telo che fa da fagotto, un bambino. Prendono i bagagli e le invitano
ad avvicinarsi alla macchina. Le fanno salire in macchina mentre loro
aprono i bagagli, là, in mezzo al piazzale, senza nessun rispetto. Non
faccio in tempo ad indignarmi che i due emettono gridolini di piacere e
si danno dieci, lo fanno con tutt’e due le mani come fanno le
pallavoliste esultanti dopo aver fatto punto. Mi scoccia moltissimo che
abbiano trovato quello che cercavano, mi si attorciglia lo stomaco,
perché penso che ora verranno arrestate. Le ho viste in faccia quando le
hanno accompagnate vicino alla macchina, erano trasfigurate, sapevano a
cosa andavano incontro, sapevano di essere state colte in flagrante.
Rivedo la felicità dei carabinieri, il loro battere le mani come se
avessero preso Messina Denaro senza rendersi conto che avevano appena
preso la povertà, la disperazione e probabilmente un diversivo per far
passare qualcosa di più grosso. Le donne sono ancora in macchina sotto
il sole cocente mentre aspettano che venga un’altra macchina a
portarsele. Penso al bambino, alla paura sua e delle donne, alla
inevitabile separazione. Cinque minuti, dieci, quindici, sto per andare
dal carabiniere per dirgli di spostare la macchina all’ombra visto che
ci sono trenta gradi e che c’è un bambino piccolo dentro, invece arriva
l’altra macchina, la faccio entrare anche se non vorrei. Vorrei simulare
un guasto dire che non funziona e che devono lasciar perdere per questa
volta, di farlo per il bambino che lo ricorderà per tutta la vita,
invece no. Apro. Scendono ancora più terrorizzate di prima, il bambino
per mano aveva una faccia che non dimenticherò facilmente. Salgono.
Vanno via. La giustizia ha trionfato.
mercoledì 29 ottobre 2014
Sogni
Tutto cominciò col trasferimento del sindaco in un mediocre palazzo
di via Alloro. Io, il direttore del Carrefour di piazza Marina e quello
della Conad che non dorme la notte per risolvere i problemi delle
massaie, decidemmo che era il momento di fuggire, e fuggimmo. Uno dei
due non era molto convinto sulla strada che stavamo prendendo, erano dei
grossi tubi di metallo che portavano non si sa dove, in effetti non
erano rassicuranti, era notte e c'era la luna che vedevo anche se
eravamo dentro questi tubi. Il direttore aveva ragione, ci stava
seguendo qualcuno e questo qualcuno non era solo, aveva con se delle
bestie. Quando ci raggiunse era sorridente, i suoi rotweiler un po meno.
Ci disse che i suoi cani ci avrebbero mangiato, non uccisi, dilaniati,
sgozzati, no, mangiati, saremmo morti mangiati dai cani. Non durò molto e
quando fu il mio turno sentivo il rumore come di biscotti secchi, non
fu doloroso ma morìì. Diventai immediatamente fantasma come i miei due
direttori, lui continuava a guardarci sorridente, non c'era cattiveria o
godimento per la nostra morte. Ci disse che avrebbe fatto rivivere uno
dei tre, e così fu, vomitò il direttore della conad che uscì fuori dalla
sua bocca uguale a lui, come la pecora dolly. Non era un granchè, non
pensava più alle massaie. Io ero triste perchè ero morto e non avevo
potuto avvertire lei, lei che mi aspettava e non sapeva. Prendevo il
cellulare e cercavo di comporre un messaggio da mandarle ma non riuscivo
a muovermi, il direttore del carrefour, che era nelle stesse mie
condizioni ma senza nessuno da avvertire, mi diceva che non potevo farlo
perchè ero morto. Ero tristissimo.
Questo ho sognato stanotte.
sabato 25 ottobre 2014
Scienziati
Mi
scusi, lei che sembra uno scienziato, mi potrebbe dare qualche
informazione? È un'arzilla vecchietta, che a passo spedito, si avvicina
per avere delle informazioni sui pullman per Trapani. Deve andarci per i
misteri, e vuole essere sicura degli orari e se può viaggiare anche nei
giorni festivi. È tutta scoppiettante e con grande abilità mi porta a
chiederle l'età. Non le nego questa civette ria
e le rispondo sinceramente che potrebbe avere 65 anni, forse 68. Ma lei
vuole offendermi! Sbianco confuso. Eppure ha l'aria da scienziato! Ne
ho novantasei! Dopo i miei complimenti, che si prende di gusto, continua
dicendomi: e lo sa come sono arrivata a questa età? L'alimentazione?
Tiro a indovinare. No! Ha praticato qualche sport? Nooooo! Allora me lo
dica lei, le dico arrendendomi subito. Perché ho scelto il partito del
reggiseno! Pausa ad effetto, la guardo stupito. Il partito del
reggiseno, quello che separa la destra dalla sinistra!!!! Avrei voluto
farle una ola.
domenica 19 ottobre 2014
Alfabeto muto
Un
giorno, per la delizia di molti, vi scriverò dei saluti in un terminal
bus. Sono interessanti credetemi. Cosa non si inventano pur di salutare
di più, perché i saluti non bastano mai, anche se chi parte torna dopo
un paio di giorni. Lei è minutissima, dentro uno sgargiante vestito
lungo molto anni '60. Evidentemente avevano fatto male i conti e lui era
salito sul pullman che lo portava a Siracusa
ben dieci minuti prima della partenza. Si era posizionato al penultimo
posto lato finestrino per potere continuare a vederla e soprattutto
parlarle. Come? Con l'alfabeto muto, quello che abbiamo imparato tutti
da piccoli. Freneticamente si scambiavano piccole frasi d'amore, e poi
mimavano le lacrime e il dolce dormire mettendo le due mani sotto la
guancia. Era lei che lo invitava a riposare durante le tre ore che lo
separavano dalla destinazione. Dieci minuti volano via se ti separano
dall'amato, e non bastano, non bastano mai. Il pullman parte, lei
indietreggia senza paura per non perdersi gli ultimi sguardi, il pullman
incalza e la stringe al muretto, non si sposta e vince. Non me la sento
di dirle di andare via, lei si siede e guarda il pullman che va via. Mi
avvicino da dietro el le dico: non è il caso di morire per così poco,
tornerà sicuramente. Lei si gira mi guarda con i lacrimoni e mi dice: lo
so, ma è cosi brutto vederlo andare via. Le sorrido, mi sorride e va
via.
sabato 18 ottobre 2014
Appuntamenti
È da un po’ di tempo che non mi capitava di assistere ad episodi che valessero la pena di essere raccontati. Mi sono chiesto perché. La risposta credo sia in una mia distrazione dal mondo lavorativo che mi circonda, che poi è quello da dove prendo spunti per raccontare le cose con i miei occhi. Dico questo perché, ripensandoci avrei da raccontarvi della coppia con un bellissimo pastore tedesco di nome Dick, nome che mi riporta indietro di un bel po’ di anni, quando tutti i cani si chiamavano Dick. Devo dire che non ho mai saputo il perché. Potrei azzardare l’ipotesi olandese dei “van Dick” ma non credo che i ragazzi di borgata ne conoscessero l’esistenza. Comunque, me ne fotte poco dell’origine, sta di fatto che Dick è un gran bel cane e i suoi “genitori” non si sognano minimamente di rinunciare al loro cane per diminuire le loro spese. È una brutta storia la loro, e mi colpisce vederli ogni giorno camminare con la schiena dritta, sempre in ordine, col sorriso che ti consola. Ascoltare i suoi racconti, che con gli occhi che brillano, parla del regalo di compleanno che suo marito sta per farle. Oppure raccontarvi della donna di colore, che da almeno quindici giorni vive seduta sulle panchine del terminal e non si capisce cosa abbia, non parla, e invitata a mettersi nella sala d’attesa della biglietteria rifiuta d’andarci. Sembra sempre sul punto di cadere dalla sedia perché si addormenta. Non è questo che voglio raccontarvi, voglio raccontarvi di una ragazzina, diciotto forse diciannove anni. Una ragazzina che sfidando il vento di qualche giorno fa è venuta al terminal, ha tirato fuori dal suo zainetto un telo quadrato, dove aveva scritto: “Sei la cosa più bella che mi sia capitata nella mia vita. Ti amo”, e lo ha steso sulla ringhiera del marciapiedi. Lo teneva con tutte e due le mani nel disperato tentativo di stenderlo e rendere la frase leggibile, ma il vento era inclemente e non le dava tregua. Normalmente una frase del genere mi è banale, quasi fastidiosa per l’assenza di pensiero. Come se questi ragazzini non si sforzassero minimamente per trovare una frase originale, magari brutta ma non scopiazzata. Però, in quel preciso momento, quell’immagine straordinaria che mi fece venire in mente la foto di Capa del soldato americano che pianta la bandiera, Achab che arpiona la balena bianca, Peter Pan che lotta contro Capitan Uncino, Don Chisciotte con i suoi mulini a vento, in quell’istante tutto l’amore del mondo era là, in quella lotta impari col vento. Non le importava lei teneva il telo. Ed io guardavo ammirato, e mi ricordai che avevo con me del nastro adesivo, che cazzo ci facevo io col nastro adesivo? Era un caso, il caso aveva tramato affinché io la vedessi e fossi in possesso dell’aiuto che le serviva. Felice mi avvicinai e le dissi che non riuscivo più nel vederla soffrire, glielo dissi sorridendole, cercando a modo mio di non farla sentire a disagio, perché io un po’ mi sarei “vergognato” di mettere un telo come quello. Pudore stupido il mio lo so ma così è. Lei non mutò la sua faccia sofferente e mi disse “Grazie non ne potevo più di tenerlo ancora”. Mentre bloccavo il telo col nastro le chiesi:
da dove arriva
questo amore?
da Palermo mi
rispose.
come da Palermo,
siamo a Palermo!
sì, viene con dei
suoi amici abbiamo appuntamento qua perché io sono di Catania.
Ah ho capito
Finisco di attaccare
il telo la saluto e vado via, inutile dire che mi metto in posizione “mommo”
per vedere questo fidanzato fortunato, questi incontri m’inteneriscono
moltissimo e se posso non me li perdo. Non passa molto tempo che arrivano sei
ragazzi, li individuo subito e li seguo con gli occhi mentre cercano la loro
amica. La trovano, cominciano ad urlare, lei salta incontenibile e indica il
telo che tutti si apprestano a leggere, altre grida, poi l’abbraccio. Lungo,
interminabile, si baciavano e si abbracciavano separati dalla ringhiera come se
il contatto fisico fosse troppo in quel momento di godimento assoluto
dell’altro. Lui piccolino come lei, impacchettato con un giubbotto col
cappuccio l’abbraccia come se fosse l’unica cosa per cui è nato. Poi si
staccano senza staccarsi, lui si toglie il cappuccio e mi accorgo che lui è una
lei.
Le mie donne
Io non so,
non so se, come ho sempre pensato,
gli altri, gli altri uomini, hanno avuto la stessa fortuna
di incontrare le donne che ho incontrato io.
Le mie donne sono state e sono speciali, uniche, adorabili.
mi hanno insegnato tutto, o almeno tutto quello che un uomo dovrebbe imparare
nella sua vita.
Hanno quel modo fastidioso di affrontare le cose che...
funziona.
Sono un uomo di mondo, di quel mondo che insegna la vita
come andrebbe vissuta, di quel sapere stare su questa terra che ha regole
precise, costanti nel tempo, ma rigide, immobili.
Loro no, loro sono flessibili, hanno una visione quasi super
partes di quello che accade, di quello che mi accade.
Hanno visto sempre quello che io non vedevo, mi hanno
insegnato a guardare con i loro occhi a sentire con il loro cuore, a lottare
con il loro ardore. Mi hanno insegnato un senso di giustizia diverso da quello
che io ho vissuto sempre come giusto, non dico che il mio fosse sbagliato, ma
il loro era quasi sempre più giusto.
Mi hanno nutrito, hanno pazientemente atteso che svanisse
ogni mia ritrosia, ogni mia "maschilità" che si contrapponesse al
"nirvana" della conoscenza, di quella conoscenza che non sta scritta
da nessuna parte.
Dolci chiare fresche acque diceva qualcuno, ma quando mai!
Scazzi, liti, afferrarsi ogni giorno, delusioni, decisioni contrapposte, ma
quanto amore, quanta bellezza mi hanno dato, quanto sapere mi hanno trasmesso.
Sembro un "pinnolone", per noi siculi
l'espressione è chiara, e forse è vero, la conoscenza e la consapevolezza
passano inevitabilmente attraverso la "pinnolonaggine" maschile.
E' inevitabile.
In un ipotetico bilancio del dare ed avere con le mie donne,
io ci sto dentro abbondantemente, loro un po' meno, credetemi, hanno perso un
po' più di quanto io abbia guadagnato.
Me ne dolgo, le ho maltrattate, non spesso ma mi basta anche
una volta sola, le ho ingannate, le ho usate, le ho sfruttate, ho succhiato da
loro tutto quello di cui ero capace, mi hanno permesso di farlo, si sono donate
a me, e di questo gliene sono grato a vita.
Hanno avuto quel modo di accogliermi che ho sempre invidiato
e continuo ad invidiare, a 52 anni non sono capace di fare altrettanto, provo a
copiare ma non riesco. Non ho dove accogliere, loro si.
Lavanderie
Aeroporto
Falcone e Borsellino, lo scirocco devastava la città e io avevo deciso di
tornare proprio quel giorno. Londra era scomparsa in un attimo e l'odore tipico
di tutti gli aeroporti stava lasciando spazio ai miei veri odori, quelli che
avevo lasciato un anno fa partendo per un Erasmus che in fondo fu al di sotto
delle mie aspettative, cibo pessimo, pub affollati, taxi carissimi, sì taxi, perché
vedere la gente che corre per prendere la metropolitana mi metteva un'ansia
insopportabile, quindi camminavo a piedi o in taxi. Ed è proprio un tassista
quello che ho davanti che mi riporta dal mondo dei sogni e mi chiede: Madam, si
vù plè, tassì? Lo guardo un attimo, è terrificante, barba incolta, pochi denti,
la pancia che sospende la polo tra l'ombelico e la cintura, enorme! Faccio
finta di non sentirlo ma lui insiste, allora gli dico di no in maniera
inequivocabile.
No!
Voglio
godermi ancora un po' la sospensione, il limbo tra queste due città che avevo
lasciato. È questo l'aeroporto, una terra di nessuno. Il tassista mi voleva
riportare troppo in fretta fuori da quel limbo. Io invece volevo decidere se e
quando tornare, il “se” era lezioso, sapevo perfettamente che dovevo tornare a
casa, prima o poi.
Non so perché,
forse guardando la mia valigia che sapevo piena di indumenti da lavare, ma mi
vennero in mente le meravigliose lavanderie a gettoni inglesi. O meglio, non è
che le lavanderie fossero meravigliose è che io per un anno ho cercato l'uomo
Levis. Ridete pure, ma io ci credevo, io credevo che un giorno sarebbe
accaduto, tra una maglietta e un paio di jeans messi a lavare sarebbe apparso
lui. Bello come il sole, asciutto, alto, andamento discreto che proprio perché
discreto lo noti di più. Un vitino da vespa da stringere per farsi urtare con
tutte le forze vita contro vita. E poi bicipiti, quadricipiti, tutte cose buone
da toccare, i capelli che odorano di mandorla e due spalle da campione di
nuoto. E sognavo di prenderlo alle spalle
sbatterlo a terra e dirgli: “ Ma tu? Solo questi pantaloni hai?”
venerdì 17 ottobre 2014
e adesso?
Arrivano lenti, con questa Fiat 126 carta da zucchero che non ne vedevo una che si perde il conto. Sono inseguiti dal custode delle ferrovie, Grandi Stazioni si chiamano adesso, che di grande ormai non hanno più nulla, questo custode è peggio di me, non vuole nessuna macchina all'interno del suo regno. Il grande regno delle due stazioni. Loro neanche se ne accorgono e attirano la mia attenzione con una voce flebile flebile. Insomma non si sentiva completamente. Mi avvicino di più e ancora di più, ma non basta alzo la barra lui continua a parlare ma io niente, mi pare di essere sordo e mi preoccupo. Mi avvicino al finestrino e comincio a sentire qualcosa, Trapani dice con quella voce che non c'è. Mi avvicino ancora e ci mettiamo quasi guancia a guancia ed è in questa posizione strana che comincio a sentire bene quello che dice, mentre il ferroviere tenta invano di disturbare il nostro tete a tete.
Scusi, partono da qui i pullman per Trapani?
Sì, proprio da qui, vede dove c'è scritto Segesta?
Fa finta di guardare ma sono certo non vede nulla.
E arrivano qui quelli che partono da Trapani?
Sì signore, partono e arrivano qui
E mi dica quali sono gli orari
Dalle 6 del mattino ogni ora c'è un pullman
E poi?
E poi alle 7 alle 8 e così via
Anche a mezzogiorno?
Anche a mezzogiorno signore
E da Trapani a che ora partono?
Fanno gli stessi orari signore
Ogni ora?
Sì signore ogni ora
Anche a mezzogiorno?
Certo anche a mezzogiorno, signore
E mi dica...
Dica signore
Quanto costa il biglietto?
9 euro
Anche da Trapani?
Certo è uguale il percorso
Lei è molto gentile, le chiedo l'ultima cosa e vado via
Sono a sua disposizione signore
Ma a Trappeto a che ora arriva?
......
A Trappeto a che ora arriva?
Sposto la guancia ormai calda e lo guardo: a Trappeto?
Sì a Trappeto dobbiamo andare
Ma lei mi ha chiesto gli orari per Trapani!
E non ci passa da Trappeto?
Per passare ci passa ma non si ferma signore, è diretto Palermo - Trapani
E lei non glielo può dire di fermarsi?
No signore, non posso
Ah!
Quindi?
Quindi niente
A questo punto, approfittando del silenzio deluso dei due vecchietti il ferroviere interviene e chiede se cortesemente potevano uscire. Mentre mi allontano sento che lui dice a lei: e ora dove andiamo?
giovedì 16 ottobre 2014
Sonno
Sì avvicina e si siede accanto a me. Comincia a parlare biascicando parole incomprensibili, pensavo non si rivolgesse a me, visto che lo ignoravo alza il tono.
Dici a me?
Sì a te
Dimmi
Voi siciliani siete tutti clandestini
È vero hai ragione
Non mi dare ragione sai!!!! (Alterato)
Tra me e me penso: come faccio a non darti ragione figlio mio, a occhio e croce sei alto un metro e novanta, peserai almeno centotrenta chili, per me tu hai ragione da vendere).
Guarda che non ti do ragione per compiacerti, siamo stati clandestini prima di voi.
È vero andavate in America da clandestini negli anni settanta.
Veramente un po' prima
Sì un po' prima. Metti la mano qua e mi indica il marmo dove siamo seduti. Mette la sua e aspetta la mia.
Ora mi ci pianta un coltello, penso
Timoroso e pronto a toglierla la metto.
Noti differenze?
A parte che la tua è il triplo della mia no.
Uno, due, tre, quattro, cinque. Cinque dita hai tu e cinque ne ho io.
Hai ragione
Non mi dare ragione sai!?!?!?
Intendo dire che siamo uguali che noi due siamo uguali ma purtroppo c'è gente che non la pensa così.
Razzisti!
Hai rag... sono d'accordo con te.
Offrimi un caffè
No
Allora sei razzista pure tu
Nel frattempo piano piano si adagiava sul marmo biascicando sempre più. Adesso dorme, gli ho portato il caffè ma non l'ha bevuto, troppo sonno.
martedì 14 ottobre 2014
Magliettine
Quante sono? Trenta? Quaranta? Non saprei , non le ho mai contate. So
però, che ognuna ha una sua storia, un regalo, un raro acquisto, un
ricordo, un compleanno tardivo. La più recente credo abbia cinque anni
la più vecchia almeno ventotto. Non disdegno nessuna di loro, a giro le
metto tutte, maniche corte, maniche lunghe, polo, t-shirts, insomma sono
le mie magliettine. Magliettina mi porta indietro di tanti anni, mi
pare un termine in disuso, Quando eravamo piccoli mia madre per
impedirci di uscire ci sequestrava le magliettine, ma noi uscivamo lo
stesso a torso nudo, poi ci sequestrò le scarpe e anche in quel caso
serviva a poco, uscivamo a piedi nudi. Bei tempi! Non ricordo nessuna
delle magliettine che usavo allora, non era importante, una valeva
l'altra, come i grillini. Oggi no, le mie magliette sono tutte
importanti, tutte legate ad un ricordo, mi portano indietro nel tempo,
mi ricordano persone, luoghi, amori, amici. Sono tutte lise, sdrucite,
bucate, sbiadite, segnate dal tempo ma soprattutto dalla lavatrice,
alcune sono talmente usurate da essere imbarazzanti da indossare. Me ne
fotto, sono la mia piccola storia, le amo. Tu, che guardi la mia
magliettina, la mia vecchia magliettina usurata, porta rispetto, ha una
storia bellissima dietro e io non la butterò. Ora che ci penso, ho una
maglietta nuova! Già la amo, ed è già storia per me. E' la maglietta che
mi hanno regalato al mio primo seminario di Tai Chi Chuan. Potrò mai
buttarla? Mai, anche lei è entrata a pieno diritto nel mio album dei
ricordi.
lunedì 13 ottobre 2014
Migrazioni
Ho incontrato la solitudine, la tristezza e la dignità perduta un paio di giorni fa. Aveva due occhi dove non riuscivi a vedere il fondo, come la pece. Età indefinita come tutte le donne che sono state calpestate dalla vita in ogni sua piega. Risoluta e spaventata, aggressiva, guardinga. Mi avvicina per chiedermi da dove partisse il pullman per l'aeroporto di Birgi e finisce per raccontarmi una briciola di quella che era stata ed è la sua vita. Una briciola gigantesca.
Il suo è un dialetto antico di chi è stato via per ventiquattro anni dalla provincia di Enna per andare a vivere a Charleroi in Belgio, la città del carbone. Lei non ci voleva andare, avevano un figlio piccolo e questo la terrorizzava, certo non avrebbe lasciato molto al paese, non avrebbe lasciato grandi affetti. Sua madre non c’era più suo padre non c’era mai stato. Cresciuta in un collegio retto da suore era cresciuta ribelle e selvaggia e mentre lo dice mi mostra i canini, non credo se ne renda conto. Porta un giubbino stretto abbottonato quasi fino al collo, per nascondere probabilmente ogni sua forma ed è da una tasca interna del suo giubbino che estrae veloce le sigarette che fuma in continuazione. Suo marito l’ha cacciata di casa e lei è stata costretta a ritornare a casa del padre, lasciando i suoi due figli in Belgio. Non so da quanto tempo li abbia lasciati ma leggo negli occhi la mancanza. Mi accenna qualcosa, il secondo figlio di quattordici anni è nato lì e ha bisogno di lei, l’altro ne ha ventiquattro ed è “impostato”, lavora, lo dice molto orgogliosa.
Ma secondo lei mi pigghia?
Chi?
Mio marito
Ma non glielo ha detto che tornava?
Gliel’ho fatto capire
Ma perché sta ritornando da lui? Glisso per non dirle di mandarlo affanculo
Perché mio padre non mi vuole, si è risposato con una rumena e lo dice con tutto il disprezzo che riesce a mettere in quelle parole.
Parliamo un altro po’ del più e del meno poi mi chiede se posso tenere le sue valigie mentre va a prendere un caffè, le dico di sì.
Torna, arriva un pullman, mi chiede se fosse il suo pullman, le dico di no.
Mi guarda e mi dice: “non bisogna mai fidarsi degli uomini” e va dall’autista a chiedere se quello fosse il suo pullman. Io la guardo stupito mentre si avvicina all’autista. Penso alla sua determinazione, alla forza immensa che sprigiona questa donna sovrastata da un padre e da un marito che non accettano la sua ribellione che la vorrebbero mesta, china, docile, obbediente. Che non la riconoscono perché ne hanno paura e hanno bisogno di tenerla a bada col ricatto emotivo ed economico. Sei pazza quindi non hai capacità di intendere e di volere, fidati di noi. Sei meravigliosamente pazza e selvaggia mia dolce sconosciuta, scappa, non andare, non farti mai più incatenare, segui il tuo istinto, l’istinto di una donna non sbaglia mai. Adieu
Tutto è uguale, quasi
Anche quest'anno non ci siamo fatti mancare un dolore in quest'animo già
martoriato di suo. Per il mio compleanno è morto Pippo, il gatto mio e
di Alessandra.
Non voglio fare paragoni, Sei morto il 25 agosto è un anno tondo tondo.
Tende a svanire nei ricordi di quello che è stato e quindi in questa
ricorrenza vorrei evocarti con tutta la potenza di cui sono capace. Non è
molta lo so, forse perchè ormai è un onda che va e che viene. Ho pianto
un anno fa, ho pianto la perdita di un
amico poderoso, potente, coerente con le sue idee. Hai subito non solo
le ingiurie degli anni ma anche quelle degli amici. Non ci sei più, tra
tanti che potevano morire un anno fa il tumore scelse te. Non eri buono o
cattivo, eri Salvatore, un uomo che ha arricchito la città e anche
tante persone. Niè Salvatore,
non c'è niente, è tutto uguale. Niente ti sei perso, meno abbili. Però,
mi piace pensare, che ti dispiaccia da morire perderti quanto ti ho
voluto bene.
sabato 11 ottobre 2014
Morti
Ieri, come qualcuno sa, era un anno che Salvatore
veniva a mancare, in pratica non c'è più, mentre altri invece ci sono
ancora e sono altri con cui avrei scambiato volentieri la morte, così,
senza pensarci due volte. Se fosse venuto l'angelo della morte e mi
avesse chiesto vuoi che muoia Salvatore o che muoia tizio, io avrei
detto tizio o anche caio e perchè no, sempronio. Credo anche tutti e tre
pur di salvare Salvatore che invece non si è salvato. Allo stesso modo,
con lo stesso ragionamento ieri ho voluto incontrarmi con persone a me più vicine, più affini, come Alessandra, Maurizio, Emiliano, Dino, Francesca, Riccardo, Alice, Anna, e Fabio. Mancava Stefania
perchè era a Trapani e questo mi è dispiaciuto. L'incontro è stato
immortalato da una bella foto che mi ricorderà, nel futuro, gli amici di
Salvatore, quelli con cui ho chiaccherato per ore da Altroquando,
quelli con cui mi sono trovato bene in tutti questi anni. Non ho
invitato la Madonna nè tantomeno il Signore, non ho voluto passare quel
pomeriggio con Abele nè tantomeno con Caino, non mi venne in mente di
invitare Gianni Morandi nè tantomeno Rocky Roberts, Non avrei voluto la
compagnia del dottor Jeckyll e men che meno di mr. Hyde. Voglio dire, se
non si fosse capito, non si può fare tutto con tutti e con alcuni non
si può fare addirittura niente, perchè non c'è niente da condividere, ci
si incontra spesso per ricordare e per ricordarsi vicendevolmente cosa è
stato, cosa poteva essere. Nel caso specifico ci siamo incontrati per
il piacere di incontrarci e ridere di noi, ridere di lui, delle nostre
mancanze, delle, sue, abbiamo fatto taglio e cucito di quello che è
stato, perchè questo ci è rimasto, il ricordo. Il ricordo di un grande
uomo che nel suo piccolo, col tempo e con l'esempio ci ha insegnato ad
essere migliori di quello che siamo anche attraverso i suoi errori.
Spero, negli anni a venire, di poterlo continuare a ricordare con le
stesse persone senza che nessuno se ne lamenti o mi accusi di esibire
sentimenti, ho "esibito" i miei sentimenti spesso su fb e questo, amo
credere, che sia servito non solo a me ma anche a chi ha letto le cose
che ho scrittto. Continuerò a farlo, anche senza tizio, senza caio e
perchè no, senza sempronio.
Esploratori
Mi scusi volevo un'informazione a livello informativo.
Mi dica
Per andare a Milano?
Con il pullman?
E come con l'aereo?
Ha il biglietto?
No, ce l'ha mia figlia che deve partire la prossima settimana, io sono venuto a esplorare.
Con il pullman?
E come con l'aereo?
Ha il biglietto?
No, ce l'ha mia figlia che deve partire la prossima settimana, io sono venuto a esplorare.
Tai Chi CHuan
Ho sempre pensato che una barca a vela fosse sinonimo di libertà. E’
banale, come un tramonto sul mare, ma è così. Mi affascina la
possibilità del viaggio senza carburante, senza il rumore meccanico del
motore che sbuffa per spostarti da un posto all’altro. La vela, il vento
e le braccia, gli occhi e il sapere il mare. Il silenzio. Ed è per
questo che ogni tanto vado a vederle, anche se sono ormeggiate,
immobili, silenziose. Anche loro erano silenziosi, lenti, quasi
immobili. Si muovevano con
un’affascinante lentezza che esprimeva una forza assordante.
All’unisono. Erano complici di gesti antichi, semplici e armoniosi. Era
il Tai chi chuan, lo avrei saputo dopo. Guardavo gli alberi delle barche
a vela, il sole che tramontava e poi loro, cercavo di capire chi si
muovesse più in fretta. Avanti e indietro, avanti, indietro,
lateralmente, poi, all’improvviso un calcio. Lo vedevi partire dal
basso, lentamente, la gamba si piegava con un gesto elegante, le braccia
si allargavano in un respiro che ti liberava la mente e il calcio
partiva a colpire l’immaginario nemico. Il mare alla Cala è immobile, le
barche, ordinate per censo, obbediscono alla spinta dal basso imitando
il Tai Chi, poco sforzo grande risultato. Anche il sole rallenta
vedendoli, uomini e donne che spingono e tirano che ti si ferma il
respiro a vederli. Questo io ho visto quel giorno, seduto sul prato.
Pian piano tutto è scomparso, il tramonto, le barche, i pennoni e le
vele, i pochi passanti e gli atleti sudati, i cani a passeggio, e quei
due innamorati. E’ così che è cominciato tutto.
con dedica alla Maestra Gabriella, ai compagni di Tai Chi Barbara, Daniela e gli altri, e alla mia virtual tutor Gio Pta. Senza la mia correttrice vivente Alessandra nessuno dei miei raccontini sarebbe possibile.
Fiesta
Qualche
tempo fa avevo scritto su fb che non avevo mai visto in vita mia la
merendina Fiesta in offerta. Decisi che era ora di fare qualcosa per me
ma anche per gli altri, chiedere formalmente che anche la Fiesta avesse
lo stesso trattamento da presa per il culo ed essere messa in offerta al
più presto possibile. Così mi armai di buona volontà e scrissi alla
sede francese del Carrefurre. La lettera è la seguente:
Bonjù messiè o madam a second le necessitè. Escrivez pur rattristerm en raison de un injustice. Le injustice subit da la Fiestà. Vu dimandez a muà: che sucess? che fuit? Je ve dì e ve racconter quell heure est ill de finill. La Fiestà dovet sconteur comme tout l'atre. Altrimount je non va plus au votre magazen.
Distint salutez ecc. ecc.
Ed ecco il risultato!!!!!!
Bonjù messiè o madam a second le necessitè. Escrivez pur rattristerm en raison de un injustice. Le injustice subit da la Fiestà. Vu dimandez a muà: che sucess? che fuit? Je ve dì e ve racconter quell heure est ill de finill. La Fiestà dovet sconteur comme tout l'atre. Altrimount je non va plus au votre magazen.
Distint salutez ecc. ecc.
Ed ecco il risultato!!!!!!
Chianciananna
Quando ero piccolo mi dava fastidio, molto fastidio, "U chianciananna". U
chianciananna era una personcina fastidiosissima, non potendo ottenere
qualcosa con la forza (prima opzione per noi scanazzati), la persuasione
subdola o evidente, lo scambio con qualcos'altro, il furto (altra
opzione molto praticata), cosa faceva? Andava da un adulto o da più
adulti e raccontando, piangente, la sua versione dei fatti edulcorata,
adulterata, insomma raccontando minchiate, costringeva gli adulti ad
intervenire per ottenere quello che lui non era riuscito ad ottenere. Di
solito u chianciananna veniva picchiato alla prima occasione,
scanazzati eravamo.
Balenieri
Il cervello fotografa e decodifica in un'istante quello che gli occhi vedono e spesso le foto che trasmette non sono un granchè.
Quest'ultima era veramente pessima. La moto era una Honda e i passeggeri erano senza casco, due naturalmente. Arrivavano da corso dei mille abbastanza veloci, nervosi, come presi da tic si muovevano a scatti. Balenieri in cerca di preda, lui, il conducente, cinquanta forse cinquantacinque anni, l'altro dietro una ventina. Padre e figlio? Maestro e allievo? Falchi? Chi può dirlo. Attendo fiducioso, so già che non mi deluderanno, varcheranno la soglia, lo so. Cerco d'agganciare gli occhi del vecchietto, pancia prominente ma tonico nel complesso, pizzo e baffi folti, capelli un tempo ricci. Li aggancio per un istante, ma lui, d'esperienza, li distoglie subito. Irrigidisco la mandibola e mi gonfio un po' come un pesce palla senza spine con l'intento di intimorirli a prescindere. Anche perchè io, ancora non lo so cosa vogliono fare, ma in realta lo so, ne sono certo, vogliono varcare il mio vietatissimo cazzo di spazio! Mi innervosisco prima ancora che le cose succedano, perchè so che il mio sesto senso non sbaglia. I balenieri sono quasi arrivati all'altezza della barra là dove finisce e inizia l'appetitoso, invogliante cordolo giallo di delimitazione passiva. Continuano a guardare nervosi tutto tranne me, provo a mettermi in punta di piedi per arrivare almeno a quei centosessantotto dannati centimetri, niente da fare. Mentre sono in posa da ballerino senza scarpe adatte, loro decidono di costeggiare pacificamente il cordolo giallo continuando a cercare. E' il figlio a vederla per prima la tabella della Salemi Autotrasporti, e la indica vittorioso al padre gridando “Eccola!!!!”, “Bravo!!!” si complimenta il padre come se avesse appena passato gli esami di calcolo statistico con trenta e lode. Sterza bruscamente e scavalca il cordolo giallo, io intuisco la manovra dopo “l'eccolo”, e ritornando alla statura normale onde evitare di camminare in punta di piedi come Nurejev nella morte del cigno, taglio veloce e mi paro davanti. Maledetto baleniere! E' riuscito ad entrare! Ma ora guardarmi è inevitabile, li fermo mentre il figlio comincia a scendere dalla moto, il repertorio è sempre quello:
Senta!!!! Non può entrare non lo ha visto il cordolo?
Domanda retorica, lo ha scavalcato manco fosse marzapane come la casetta di Hansel e Gretel.
<Lo so!>
“Lo so” e “Non lo sapevo” mi provocano subito la gastrite.
Lo so mi dice, e senza prestare minimamente attenzione alla mia obiezione sull'invalicabilità dello spazio sacro continua dicendomi:
“Partono da qua i pullman della Salemi?”
Sì partono da qua, ma lei deve uscire non può entrare con la moto, come vede c'è un cordolo che delimita lo spazio del parcheggio.
Lo so, (l'ammazzassi, penso) quindi partono da qua?
Partono e arrivano qua, ma ora deve uscire.
Nel frattempo il figlio gironzolava e ho capito dopo che cercava una sistemazione per il povero padre, con quel sole, sia mai che si prenda un'insolazione.
“Papà tu mettiti là” e indica il centro del piazzale dove il fungone fa ombra.
Divento paonazzo, il padre non si scompone e con accondiscendenza si rivolge al figlio e dice con una voluta forte inflessione dialettale:
Carlo! Non lo vedi che il signore mi ha gentilmente rimproverato? Devo uscire!
Frase carica d'ironia che presupponeva un'altro pensiero che più o meno è questo:
Esco perchè voglio uscire sia chiaro!
In questi casi, come dice il mio amico professore Zizzo, “la meglio palora è quella che non si dice”, ma io che me le cerco sempre di rimando mi avvicino e chiedo:
L'ho forse offesa o sono stato sgarbato nei suoi confronti?
Lo invitai a nozze.
Sempre con quel fortissimo accento siciliano e con la cadenza tipica che diamo quando vogliamo diventare solenni come giudici poveri si gira di sghembo e dice:
Senta, (stavolta è lui che dice senta) lo so io cosa si può fare e cosa non si può fare, sono un ispettore di polizia!
Gelai, mi vergognai per lui, per la sua miseria umana, e mi venne in mente una canzone e con quella canticchiando mi girai mentre lui usciva dal piazzale.
Niente a che vedere col circo nè acrobata né mangiatore di fuoco...
venerdì 3 ottobre 2014
Sposini
La
potevi vedere da lontano, elettrica, come i colori della tutina che
indossava interrotta da una cintura nera larga, che esaltava fianchi
minuti su un corpo ancora acerbo che gridava vendetta. Non era sola,
accanto, un ragazzo impettito e vanaglorioso, di quella vanagloria che
probabilmente gli aveva fatto conquistare colei che da un giorno appena
era diventata sua moglie. Sua moglie, impressionante!
Lei 18, lui 17 anni, il padre al seguito poco distante non superava i
quaranta. Due valigie nuove di zecca, una a testa, li vedo mentre
percorrono il corridoio che porta dalla stazione al mio meraviglioso
piazzale. Viaggio di nozze! E' stato il mio primo pensiero, la mia prima
supposizione, mi diverte guardare le persone e immaginarmi la loro vita
e loro, ne ero certo, erano in partenza per il loro viaggio di nozze.
Metto in evidenza il mio cartellino e li aspetto a piè fermo curioso
come una scimmia. Lei ha in testa un cerchietto con una vistosissima,
sgargiante rosa rossa in cima, sorride felice e precede di un passo i
due uomini, lui vestito alla moda capelli schiacciati dal gel sulla
fronte e aria di chi la sa lunga. Sicuramente, visto l'orario, vanno in
Puglia, magari vanno a trovare parenti. A trapani non credo, a Catania
cosa potrebbero fare? Andare sull'Etna? L'idea non sarebbe malaccio se
non fosse per i 40° del lato orientale. Finalmente mi raggiunge e mi
chiede "scusi, il pullman per Cinisi?
Mi cascò la mandibola per la
delusione, mi ero inventato tutto, non era possibile che una coppia di
sposini andassero a Cinisi, veramente improponibile. Deluso le stavo per
rispondere, quando gli uomini gridarono: "Ma quale Cinisi!!!! Catania, a
Catania dobbiamo andare!!!!" Si era riaperta l'ipotesi del viaggio di
nozze!!!!
"Giò!!! Gli ho detto Cinisi invece di Catania!" Rideva di
gusto e ripeteva in continuazione la stessa frase cercando la complicità
del ragazzo che non arrivò mai. Lui un contegno doveva darsi, e se lo
dava anche col padre che dispensava consigli e "suggeriva" cosa fare per
arrivare alla meta. Non c'è niente di più bello del vedere un ragazzino
muovere i primi passi da uomo e non c'è niente di più commovente del
vedere un padre che dispensa gli ultimi consigli prima di abbandonarli
al loro destino. Mi colpì che non ci fossero gli altri tre genitori, e
devo essere sincero, mi colpì che non fossero presenti le madri. Come
abbiano potuto perdersi la partenza dei propri figli, in quel caso il
corrispettivo dei gladioli lanciati pericolosamente dal ponte della nave
al porto prima della partenza per il fatidico viaggio di nozze. L'età
lo sposalizio e la meta me le confidò il padre che abbordai sotto il
pullman mentre cercava con gli occhi il figlio e la nuora sul pullman.
Mi vergognavo a dirgli quanto mi piacevano quei due pulcini e quanto mi
riempisse di tenerezza il suo sguardo, mi limitai a indicarglieli con la
mano – Eccoli! - Fu lui a balbettare per primo, incalzato forse dal mio
sguardo, “e che dobbiamo fare!”. C'è l'universo mondo dietro questa
frase, l'orgoglio, la preoccupazione, la felicità, la consapevolezza di
averli resi felici. E anche se il figlio partiva con un piccolo buco
nella canottiera alla moda indossata sopra una maglietta bianca con
chissà quale logo alla moda, lui era riuscito a mandarli in CROCIERA!
Esclamai, forse esagerando un po', - Una crociera sul mediterraneo,
bellissimo!!!! - Prontamente mi disse che non andavano sul mediterraneo e
sciorinò a memoria l'itinerario: “Da Catania a Napoli e poi Livorno e
da lì la Costa Azzurra per poi andare in Spagna a Valencia e poi Ibiza,
per finire a Tunisi ultima tappa e dopo sette giorni “sti rui camurrie
rituornanu”. Lo disse ridendo e io risi con lui pensando al
mediterraneo. Ore 8,00 il pullman mette in moto, silenzioso come i loro
saluti e il linguaggio da sordomuti che si scambiavano dal vetro
insonorizzato, ancora un saluto, retromarcia, la barra del piazzale,
ultimo impedimento alla loro felicità si apre, e sono io ad aprirla a
mandarli anche io verso l'avventura. Buon viaggio ragazzi.
giovedì 2 ottobre 2014
Barboni
Il
primo pugno glielo hanno dato mentre dormiva, setto nasale andato, poi,
mentre tagliavano la tracolla del borsello, due tagli netti che
facevano impressione, hanno scaricato il resto della bestialità che
impera in questa città in quel corpo inerme che dormiva sulla panchina
della stazione degli autobus. L'ho trovato che si automedicava con della
carta igienica, un volto devastato da una guerra tra
poveri. Non pensò neanche per un attimo che potesse chiamare
un'ambulanza o andare al pronto soccorso, di chiamare la polizia
naturalmente neanche a parlarne. L'ho visto che erano le sei del
mattino, era stato aggredito alle tre. Tre ore di dolore bestiale in
silenzio, rassegnato alla normalità della legge del più forte, aveva
l'aria di chi si sentisse in colpa per lo spettacolo indecente che
offriva ai passeggeri in partenza, aveva l'aria di chi, in quanto
"barbone", non ha diritti, non ha la possibilità di dire "aiuto mi hanno
aggredito, qualcuno mi aiuti!". Perchè lui lo sa, lui sa come funziona
la legge del più forte, la legge di chi produce e chi no, la legge di
chi ha diritti e chi no, lui no. Mi ha sconvolto la sua espressione
mentre raccontava l'aggressione subita, ho chiamato il 118, l'operatore
mi ha chiesto se l'aggredito fosse cosciente ed ho risposto di sì
pensando contemporaneamente "non verranno mai". Invece sono venuti dopo
venti minuti, li ho fatti entrare nel mio meraviglioso piazzale
orgoglioso del mio meraviglioso telecomando e l'hanno portato via. E'
tornato un paio d'ore dopo raccontandomi felice che gli avrebbero
rimesso a nuovo il naso lunedì, poi mi ha detto "hai una sigaretta?"
l'ho guardato e gli ho detto "ora non è che devi esagerare però!"
Quando finisce un amore
La
mattina, appena arrivo nel mio meraviglioso piazzale, semiaddormentato
inizio a schiarirmi la voce. Come le grandi rockstar faccio le prove
microfono, anche se non ho il microfono.
Signoraaaaa
Senta, cortesemente...
Non si puòòòòòòòòòòòò, perchè? Perchè no!
Trovo immediatamente la possibilità di esercitarmi su una coppia, hanno appena oltrepassato la barra aperta per l'ingresso di un pullman, mi lancio fisicamente verso di loro e le corde vocali iniziano a vibrare per il rito quotidiano della totale assenza di educazione civica. Mi fermo subito, lei zoppica, è giovane, abbastanza giovane, tanto da pensare che fosse la figlia di quell'uomo che a prima vista mi risulta sgradevole. Camicia fuori dai pantaloni su una pancia che la tende non poco, aspetto giovanile come solo noi cinquantenni tristi riusciamo ad essere, ma la primissima impressione era quella di padre figlia.
Attraversano la diagonale del piazzale e si fermano là dove partirà il pullman per Catania, quello delle nove è partito dovranno prendere quello delle dieci e trenta. Un'ora e mezza insieme a quello che scopro essere il suo uomo, ma non è così. Mi basta osservarli un poco per immaginare cosa stia succedendo. La mollava, la lasciava senza lasciarla, era fisicamente altrove oltre che mentalmente. I loro corpi erano terribilmente estranei tra loro, il suo,quello della ragazza, era proteso, aderiva maledettamente a quell'uomo che non pensava ad altro che ad andarsene. Parlavano a bassa voce ma gli occhi di lei luccicavano di adorazione, quelli di lui di fastidio. Lo tirava a sè, voleva ancora aderire a quel corpo che probabilmente aveva avuto nudo accanto a sè fino a poche ore prima. "Devo andare, è tardi, devo andare" questo soltanto diceva; lei non riusciva a scollarsi, allora ci ha pensato lui, con gesto deciso ma gentile. Le toglie le braccia dal collo, le prende le mani e finge uno sguardo amoroso come di amore andato a male. La saluta per l'ennesima volta baciandola frettolosamente e si gira per andare via. Riattraversando il piazzale, il maledetto. Lei lo chiama "Ale vieni, una cosa devo dirti!" E' una scusa, vuole baciarlo ancora, prende quel faccione tra le mani e lo bacia con tutto l'amore del mondo, lui sorride e va via senza girarsi mai. Lei si siede sconsolata, il sorriso spento, gli occhi lucidi, non piange, non si ribella a quello che tutti potevano vedere, ad un amore finito probabilmente appena rivestiti. Devo andare al bar, vuole un caffè? No grazie, molto gentile.
Signoraaaaa
Senta, cortesemente...
Non si puòòòòòòòòòòòò, perchè? Perchè no!
Trovo immediatamente la possibilità di esercitarmi su una coppia, hanno appena oltrepassato la barra aperta per l'ingresso di un pullman, mi lancio fisicamente verso di loro e le corde vocali iniziano a vibrare per il rito quotidiano della totale assenza di educazione civica. Mi fermo subito, lei zoppica, è giovane, abbastanza giovane, tanto da pensare che fosse la figlia di quell'uomo che a prima vista mi risulta sgradevole. Camicia fuori dai pantaloni su una pancia che la tende non poco, aspetto giovanile come solo noi cinquantenni tristi riusciamo ad essere, ma la primissima impressione era quella di padre figlia.
Attraversano la diagonale del piazzale e si fermano là dove partirà il pullman per Catania, quello delle nove è partito dovranno prendere quello delle dieci e trenta. Un'ora e mezza insieme a quello che scopro essere il suo uomo, ma non è così. Mi basta osservarli un poco per immaginare cosa stia succedendo. La mollava, la lasciava senza lasciarla, era fisicamente altrove oltre che mentalmente. I loro corpi erano terribilmente estranei tra loro, il suo,quello della ragazza, era proteso, aderiva maledettamente a quell'uomo che non pensava ad altro che ad andarsene. Parlavano a bassa voce ma gli occhi di lei luccicavano di adorazione, quelli di lui di fastidio. Lo tirava a sè, voleva ancora aderire a quel corpo che probabilmente aveva avuto nudo accanto a sè fino a poche ore prima. "Devo andare, è tardi, devo andare" questo soltanto diceva; lei non riusciva a scollarsi, allora ci ha pensato lui, con gesto deciso ma gentile. Le toglie le braccia dal collo, le prende le mani e finge uno sguardo amoroso come di amore andato a male. La saluta per l'ennesima volta baciandola frettolosamente e si gira per andare via. Riattraversando il piazzale, il maledetto. Lei lo chiama "Ale vieni, una cosa devo dirti!" E' una scusa, vuole baciarlo ancora, prende quel faccione tra le mani e lo bacia con tutto l'amore del mondo, lui sorride e va via senza girarsi mai. Lei si siede sconsolata, il sorriso spento, gli occhi lucidi, non piange, non si ribella a quello che tutti potevano vedere, ad un amore finito probabilmente appena rivestiti. Devo andare al bar, vuole un caffè? No grazie, molto gentile.
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