lunedì 13 ottobre 2014

Migrazioni



Ho incontrato la solitudine, la tristezza e la dignità perduta un paio di giorni fa. Aveva due occhi dove non riuscivi a vedere il fondo, come la pece. Età indefinita come tutte le donne che sono state calpestate dalla vita in ogni sua piega. Risoluta e spaventata, aggressiva, guardinga. Mi avvicina per chiedermi da dove partisse il pullman per l'aeroporto di Birgi e finisce per raccontarmi una briciola di quella che era stata ed è la sua vita. Una briciola gigantesca.
Il suo è un dialetto antico di chi è stato via per ventiquattro anni dalla provincia di Enna per andare a vivere a Charleroi in Belgio, la città del carbone. Lei non ci voleva andare, avevano un figlio piccolo e questo la terrorizzava, certo non avrebbe lasciato molto al paese, non avrebbe lasciato grandi affetti. Sua madre non c’era più suo padre non c’era mai stato. Cresciuta in un collegio retto da suore era cresciuta ribelle e selvaggia e mentre lo dice mi mostra i canini, non credo se ne renda conto. Porta un giubbino stretto abbottonato quasi fino al collo, per nascondere probabilmente ogni sua forma ed è da una tasca interna del suo giubbino che estrae veloce le sigarette che fuma in continuazione. Suo marito l’ha cacciata di casa e lei è stata costretta a ritornare a casa del padre, lasciando i suoi due figli in Belgio. Non so da quanto tempo li abbia lasciati ma leggo negli occhi la mancanza. Mi accenna qualcosa, il secondo figlio di quattordici anni è nato lì e ha bisogno di lei, l’altro ne ha ventiquattro ed è “impostato”, lavora, lo dice molto orgogliosa.
Ma secondo lei mi pigghia?
Chi?
Mio marito
Ma non glielo ha detto che tornava?
Gliel’ho fatto capire
Ma perché sta ritornando da lui? Glisso per non dirle di mandarlo affanculo
Perché mio padre non mi vuole, si è risposato con una rumena e lo dice con tutto il disprezzo che riesce a mettere in quelle parole.
Parliamo un altro po’ del più e del meno poi mi chiede se posso tenere le sue valigie mentre va a prendere un caffè, le dico di sì.
Torna, arriva un pullman, mi chiede se fosse il suo pullman, le dico di no.
Mi guarda e mi dice: “non bisogna mai fidarsi degli uomini” e va dall’autista a chiedere se quello fosse il suo pullman. Io la guardo stupito mentre si avvicina all’autista. Penso alla sua determinazione, alla forza immensa che sprigiona questa donna sovrastata da un padre e da un marito che non accettano la sua ribellione che la vorrebbero mesta, china, docile, obbediente. Che non la riconoscono perché ne hanno paura e hanno bisogno di tenerla a bada col ricatto emotivo ed economico. Sei pazza quindi non hai capacità di intendere e di volere, fidati di noi. Sei meravigliosamente pazza e selvaggia mia dolce sconosciuta, scappa, non andare, non farti mai più incatenare, segui il tuo istinto, l’istinto di una donna non sbaglia mai. Adieu

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