La
mattina, appena arrivo nel mio meraviglioso piazzale, semiaddormentato
inizio a schiarirmi la voce. Come le grandi rockstar faccio le prove
microfono, anche se non ho il microfono.
Signoraaaaa
Senta, cortesemente...
Non si puòòòòòòòòòòòò, perchè? Perchè no!
Trovo immediatamente la possibilità di esercitarmi su una coppia, hanno appena oltrepassato la barra aperta per l'ingresso di un pullman, mi lancio fisicamente verso di loro e le corde vocali iniziano a vibrare per il rito quotidiano della totale assenza di educazione civica. Mi fermo subito, lei zoppica, è giovane, abbastanza giovane, tanto da pensare che fosse la figlia di quell'uomo che a prima vista mi risulta sgradevole. Camicia fuori dai pantaloni su una pancia che la tende non poco, aspetto giovanile come solo noi cinquantenni tristi riusciamo ad essere, ma la primissima impressione era quella di padre figlia.
Attraversano la diagonale del piazzale e si fermano là dove partirà il pullman per Catania, quello delle nove è partito dovranno prendere quello delle dieci e trenta. Un'ora e mezza insieme a quello che scopro essere il suo uomo, ma non è così. Mi basta osservarli un poco per immaginare cosa stia succedendo. La mollava, la lasciava senza lasciarla, era fisicamente altrove oltre che mentalmente. I loro corpi erano terribilmente estranei tra loro, il suo,quello della ragazza, era proteso, aderiva maledettamente a quell'uomo che non pensava ad altro che ad andarsene. Parlavano a bassa voce ma gli occhi di lei luccicavano di adorazione, quelli di lui di fastidio. Lo tirava a sè, voleva ancora aderire a quel corpo che probabilmente aveva avuto nudo accanto a sè fino a poche ore prima. "Devo andare, è tardi, devo andare" questo soltanto diceva; lei non riusciva a scollarsi, allora ci ha pensato lui, con gesto deciso ma gentile. Le toglie le braccia dal collo, le prende le mani e finge uno sguardo amoroso come di amore andato a male. La saluta per l'ennesima volta baciandola frettolosamente e si gira per andare via. Riattraversando il piazzale, il maledetto. Lei lo chiama "Ale vieni, una cosa devo dirti!" E' una scusa, vuole baciarlo ancora, prende quel faccione tra le mani e lo bacia con tutto l'amore del mondo, lui sorride e va via senza girarsi mai. Lei si siede sconsolata, il sorriso spento, gli occhi lucidi, non piange, non si ribella a quello che tutti potevano vedere, ad un amore finito probabilmente appena rivestiti. Devo andare al bar, vuole un caffè? No grazie, molto gentile.
Signoraaaaa
Senta, cortesemente...
Non si puòòòòòòòòòòòò, perchè? Perchè no!
Trovo immediatamente la possibilità di esercitarmi su una coppia, hanno appena oltrepassato la barra aperta per l'ingresso di un pullman, mi lancio fisicamente verso di loro e le corde vocali iniziano a vibrare per il rito quotidiano della totale assenza di educazione civica. Mi fermo subito, lei zoppica, è giovane, abbastanza giovane, tanto da pensare che fosse la figlia di quell'uomo che a prima vista mi risulta sgradevole. Camicia fuori dai pantaloni su una pancia che la tende non poco, aspetto giovanile come solo noi cinquantenni tristi riusciamo ad essere, ma la primissima impressione era quella di padre figlia.
Attraversano la diagonale del piazzale e si fermano là dove partirà il pullman per Catania, quello delle nove è partito dovranno prendere quello delle dieci e trenta. Un'ora e mezza insieme a quello che scopro essere il suo uomo, ma non è così. Mi basta osservarli un poco per immaginare cosa stia succedendo. La mollava, la lasciava senza lasciarla, era fisicamente altrove oltre che mentalmente. I loro corpi erano terribilmente estranei tra loro, il suo,quello della ragazza, era proteso, aderiva maledettamente a quell'uomo che non pensava ad altro che ad andarsene. Parlavano a bassa voce ma gli occhi di lei luccicavano di adorazione, quelli di lui di fastidio. Lo tirava a sè, voleva ancora aderire a quel corpo che probabilmente aveva avuto nudo accanto a sè fino a poche ore prima. "Devo andare, è tardi, devo andare" questo soltanto diceva; lei non riusciva a scollarsi, allora ci ha pensato lui, con gesto deciso ma gentile. Le toglie le braccia dal collo, le prende le mani e finge uno sguardo amoroso come di amore andato a male. La saluta per l'ennesima volta baciandola frettolosamente e si gira per andare via. Riattraversando il piazzale, il maledetto. Lei lo chiama "Ale vieni, una cosa devo dirti!" E' una scusa, vuole baciarlo ancora, prende quel faccione tra le mani e lo bacia con tutto l'amore del mondo, lui sorride e va via senza girarsi mai. Lei si siede sconsolata, il sorriso spento, gli occhi lucidi, non piange, non si ribella a quello che tutti potevano vedere, ad un amore finito probabilmente appena rivestiti. Devo andare al bar, vuole un caffè? No grazie, molto gentile.

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