Aeroporto
Falcone e Borsellino, lo scirocco devastava la città e io avevo deciso di
tornare proprio quel giorno. Londra era scomparsa in un attimo e l'odore tipico
di tutti gli aeroporti stava lasciando spazio ai miei veri odori, quelli che
avevo lasciato un anno fa partendo per un Erasmus che in fondo fu al di sotto
delle mie aspettative, cibo pessimo, pub affollati, taxi carissimi, sì taxi, perché
vedere la gente che corre per prendere la metropolitana mi metteva un'ansia
insopportabile, quindi camminavo a piedi o in taxi. Ed è proprio un tassista
quello che ho davanti che mi riporta dal mondo dei sogni e mi chiede: Madam, si
vù plè, tassì? Lo guardo un attimo, è terrificante, barba incolta, pochi denti,
la pancia che sospende la polo tra l'ombelico e la cintura, enorme! Faccio
finta di non sentirlo ma lui insiste, allora gli dico di no in maniera
inequivocabile.
No!
Voglio
godermi ancora un po' la sospensione, il limbo tra queste due città che avevo
lasciato. È questo l'aeroporto, una terra di nessuno. Il tassista mi voleva
riportare troppo in fretta fuori da quel limbo. Io invece volevo decidere se e
quando tornare, il “se” era lezioso, sapevo perfettamente che dovevo tornare a
casa, prima o poi.
Non so perché,
forse guardando la mia valigia che sapevo piena di indumenti da lavare, ma mi
vennero in mente le meravigliose lavanderie a gettoni inglesi. O meglio, non è
che le lavanderie fossero meravigliose è che io per un anno ho cercato l'uomo
Levis. Ridete pure, ma io ci credevo, io credevo che un giorno sarebbe
accaduto, tra una maglietta e un paio di jeans messi a lavare sarebbe apparso
lui. Bello come il sole, asciutto, alto, andamento discreto che proprio perché
discreto lo noti di più. Un vitino da vespa da stringere per farsi urtare con
tutte le forze vita contro vita. E poi bicipiti, quadricipiti, tutte cose buone
da toccare, i capelli che odorano di mandorla e due spalle da campione di
nuoto. E sognavo di prenderlo alle spalle
sbatterlo a terra e dirgli: “ Ma tu? Solo questi pantaloni hai?”

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