sabato 11 ottobre 2014

Tai Chi CHuan



Ho sempre pensato che una barca a vela fosse sinonimo di libertà. E’ banale, come un tramonto sul mare, ma è così. Mi affascina la possibilità del viaggio senza carburante, senza il rumore meccanico del motore che sbuffa per spostarti da un posto all’altro. La vela, il vento e le braccia, gli occhi e il sapere il mare. Il silenzio. Ed è per questo che ogni tanto vado a vederle, anche se sono ormeggiate, immobili, silenziose. Anche loro erano silenziosi, lenti, quasi immobili. Si muovevano con un’affascinante lentezza che esprimeva una forza assordante. All’unisono. Erano complici di gesti antichi, semplici e armoniosi. Era il Tai chi chuan, lo avrei saputo dopo. Guardavo gli alberi delle barche a vela, il sole che tramontava e poi loro, cercavo di capire chi si muovesse più in fretta. Avanti e indietro, avanti, indietro, lateralmente, poi, all’improvviso un calcio. Lo vedevi partire dal basso, lentamente, la gamba si piegava con un gesto elegante, le braccia si allargavano in un respiro che ti liberava la mente e il calcio partiva a colpire l’immaginario nemico. Il mare alla Cala è immobile, le barche, ordinate per censo, obbediscono alla spinta dal basso imitando il Tai Chi, poco sforzo grande risultato. Anche il sole rallenta vedendoli, uomini e donne che spingono e tirano che ti si ferma il respiro a vederli. Questo io ho visto quel giorno, seduto sul prato. Pian piano tutto è scomparso, il tramonto, le barche, i pennoni e le vele, i pochi passanti e gli atleti sudati, i cani a passeggio, e quei due innamorati. E’ così che è cominciato tutto.
con dedica alla Maestra Gabriella, ai compagni di Tai Chi Barbara, Daniela e gli altri, e alla mia virtual tutor Gio Pta. Senza la mia correttrice vivente Alessandra nessuno dei miei raccontini sarebbe possibile.

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